appello

Appello a tutti...

Quest'anno il Lampedusa in Festival è arrivato alla sua terza edizione. Con molto entusiasmo stiamo portando avanti questa iniziativa che riteniamo sia importante per Lampedusa, i lampedusani e tutti coloro che amano l'isola. Purtroppo, anche quest'anno, dobbiamo fare i conti con le nostre tante idee e i nostri pochi fondi per realizzarle.

Chiediamo a tutti coloro che credono nel Lampedusa in Festival e nel lavoro che Askavusa sta facendo -rispetto all'immigrazione e al territorio di Lampedusa- di dare un contributo, anche minimo, per permettere al Festival di svolgere quella funzione di confronto e arricchimento culturale che ha avuto nelle passate edizioni.

Per donazioni:
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sabato 1 agosto 2009

Lettera degli eritrei a Tripoli. Torturati in Libia come in Eritrea


Da: fortresseurope.blogspot.com

"Per gli eritrei, senza riguardo se in Eritrea o in Libia

In un’epoca di civilizzazione, il mondo tende sempre più verso due opposti estremi: alcuni governi adottano dittature sempre più reazionarie, e altri invece democrazie estremamente liberali. Quale è la tendenza in Eritrea e in Libia? Noi eritrei in Libia, abbiamo fatto esperienza della situazione di entrambi i paesi. E non vediamo nessuna differenza, qui come là c’è solo violenza e tortura. L’unica differenza è che l’Eritrea sta torturando i propri cittadini, mentre la Libia lo fa con gli stranieri. Ma le torture sono simili in tutto e per tutto, ed è vergognoso doverne parlare nel XXI° secolo.

Oggi i rapporti di molte organizzazioni non governative ci dicono che l’Eritrea è una “piccola grande prigione”. Lo dice il rapporto di Human Rights Watch, ma ci sono molte altre cose che non vengono dette. Persone innocenti sono detenute indefinitamente senza capi d’accusa e senza nessun processo. Molti di loro sono danneggiati a vita dalla detenzione, sia danni fisici che mentali. Sono trattati alla stregua di quanto accade a Guantanamo.

Oggi tutta l’Eritrea è una prigione. Chiunque non voglia rimanere nel servizio di leva a vita, è detenuto indefinitamente. I centri di detenzione crescono dappertutto, come funghi, in ogni città eritrea. Anche i posti più lontani stanno diventando terreni per la costruzione di prigioni. Ogni divisione dell’esercito è autonoma e ha le sue proprie prigioni, dove i membri dell’esercito sono detenuti in condizioni inumane per periodi indeterminati. Nessuno è autorizzato a protestare su niente. Altrimenti sarà considerato un ribelle. Pertanto chiunque non sia soddisfatto del sistema deve scappare e salvare se stesso dall’incarcerazione.

Le principali prigioni adesso sono:
1. Track B: è un centro di detenzione militare, si trova pochi chilometri a ovest di Asmara, ed è usato per imprigionare i membri dell’esercito che ritornano dalle famiglie senza autorizzazione o che rimangono a casa oltre il tempo concesso per la licenza. I detenuti sono chiamati “Zikoblelu” che significa illegali.
2. Adi-Abeyto: si trova circa 3 chilometri a nord ovest di Asmara. Viene usato soprattutto per detenere le persone fermate con documenti non validi. Una sezione è anche utilizzata per detenere i familiari dei disertori dell’esercito fuggiti all’estero illegalmente.
3. Wia e Gel’alo: a sud est di Massawa, si trovano nella depressione di Danakil, una delle zone più calde del paese, dove le temperature superano facilmente i 45°, con un altezza sotto il livello del mare e sempre molto caldo. Vengono usati per la detenzione dei cittadini accusati di ribellione. Queste prigioni sono state usate anche come centri di arresti di massa nel 1999 per circa 10.000 membri dell’esercito e nel 2001 per tutti gli studenti universitari accusati di ribellione.
4. Ebatkala: questa è una prigione di massima sicurezza molto controllata, sulla strada per Massawa, usata per detenere ex alti funzionari di governo accusati di tradimento. E’ dove sarebbero detenuti ministri e giornalisti arrestati nel 2001 e mai processati.
5. Prigioni delle Sotto Zone: Si trovano in ogni città delle Sotto-Zone e sono usate soprattutto per la detenzione dei familiari dei disertori.
6. Ala: situata a est di Asmara, sulla strada tra Dekemhare e Massawa. Usata per la detenzione dei disertori e delle persone accusate di lavorare come contrabbandieri per far scappare oltrefrontiera i disertori.
7. Mai-Edaga: a sud di Dekemhare, sulla strada per Tsorona, ha le stesse funzioni del carcere di Ala.
8. Sawa (Shadishay Birgad): questo è il principale centro di addestramento militare, e a volte è usato per la detenzione di membri permanenti dell’esercito di Sawa e delle zone limitrofe
9. Nakura e Dahlak Islands: queste isole sono state usate come carceri durante il periodo coloniale italiano e inglese per detenere i ribelli. Ora sono usate per il trattenimento dei disertori rimpatriati dagli altri paesi. Negli ultimi anni molti Paesi, non consapevoli della situazione dell’Eritrea, hanno deportato molti eritrei, buoni candidati per queste galere.

Queste sono le principali prigioni in Eritrea e il lettore dovrebbe annotare che ce ne sono molte altre, più piccole e sconosciute, oltre a luoghi segreti di detenzione in aree remote del paese. Chiunque provi a evadere viene fucilato. Il modo in cui sono trattati dentro è terribile. Molti di loro rimangono sterili a causa dei calci, e molti altri perdono la vista per gli anni passati nelle buie celle sotterranee. Secondo testimoni oculari, la morte in questi luoghi è normale e nessuno se ne preoccupa, se non le madri di questi innocenti. Più scopri queste storie e più dolore senti.

Torniamo alla Libia. Gli eritrei fuggono da queste torture cercando qualche forma di sollievo altrove nel mondo. Ma la difficoltà della situazione sembra emigrare con loro. La Libia non ha differenze dall’Eritrea rispetto alle carceri. Ovunque ci sono prigioni, tutte con torture simili, ma grazie a Dio in Libia nessuno viene fucilato. I principali centri di detenzione in Libia dove gli eritrei vengono imprigionati sono:

1. Ganfuda (Bengasi): si trova nella città di Bengasi e vi sono portate persone catturate lungo la strada per Tripoli
2. Kufrah: è la prima città libica dopo il confine sudanese. Qui vengono portati i disertori presi al confine col Sudan mentre tentano di entrare in Libia
3. Misratah: ufficialmente è chiamanto “campo” e le persone sono formalmente sotto la tutela dell’Unhcr, ma non raggiunge nessun livello di un campo profughi. Circa 700 eritrei vi sono detenuti da oltre due anni e senza nessuna speranza.
4. Fellah: è una prigione a Tripoli, nel quartiere di Abu-Salim dove molti immigrati di diverse nazionalità sono portati per soggiorno illegale in Libia.
5. Tuaisha-Binkeshir: a Tripoli
6. Gurgi: a Tripoli
7. Zliten: a circa 150 km a est di Tripoli, usata soprattutto per detenere i migranti catturati durante l’imbarco per la traversata del terribile mare per raggiungere l’Europa.
8. Zawiyah e Surman: a circa 70 km a ovest di Tripoli.
9. Zuwarah: nella città di Zuwarah, vicino al confine con la Tunisia, usata per detenere i migranti catturati durante l’imbarco o intercettati in mare.

In fin dei conti, la sofferenza è la stessa, cambia solo il posto. Tutte le informazioni sono basate su testimonianze oculari. Stiamo tentando di esplorare le similarità e le differenze tra i tipi di violenza in Eritrea e Libia. Tutte le vittime di queste violenze stanno cercando come soluzione, di ottenere una protezione internazionale sotto la quale poter vivere in sicurezza. Nessuno sa esattamente quando, ma tutti qui aspettano il giorno in cui tutte queste sofferenze avranno fine e tornerà la libertà!!!"

Anonimo

giovedì 9 luglio 2009

Black list: dove la libertà religiosa non è ammessa

Il Governo degli Stati Uniti puntuale come ogni anno ha pubblicato la lista nera dei paesi che violano la libertà religiosa. Quest’anno sono 13 gli stati listati a lutto, ma altrettanti sono quelli che non soddisfano le garanzie richieste. La U.S Commission on International Religious Freedom, creata dalla legge sulla libertà religiosa internazionale del 1998, ha bocciato senza appello: il Myanmar, la Corea del Nord, l’Eritrea, l’Iran, l’Iraq, il Pakistan, la Cina, l’Arabia Saudita, il Sudan, il Turkmenistan, l’Uzbekistan, il Vietnam e la Nigeria. Proprio quest’ultimo è stato etichettato dalla commissione come "Paese particolarmente preoccupante" per la violenta espansione della “Legge islamica”, e si aggiunge agli altri 12 dove la libertà di religione viene violata regolarmente e in maniera sempre più grave. Sulla Birmania ha pesato la soppressione nel sangue delle dimostrazioni pacifiche dei monaci buddisti, per la Cina rimane scottante il problema del Tibet, in Arabia numerosi musulmani sciiti rimangono dietro le sbarre a causa del loro credo e le altre minoranze non sono tutelate. Il paese si trincera dietro il fatto di essere la terra sacra dell’islam e si paragona al Vaticano. Ma la commissione ha fatto notare che c’è un enorme differenza tra il piccolo stato cattolico con 800-900 residenti e lo stato saudita con 2-3 milioni di residenti non musulmani.
Buone notizie per il Bangladesh rimosso quest’anno dalla black list. Il Paese musulmano, con una storia di violenze contro le minoranze, specialmente induiste, ha visto le angherie diminuire durante le elezioni di dicembre. Il diritto di professare liberamente il proprio credo religioso è sempre più a rischio anche in Russia e in Turchia. Questi paesi insieme ad altri nove sono borderline, rischiano cioè di entrare nella lista nera, ma per il momento sono dei “sorvegliati speciali”. In Russia, la commissione ha trovato particolarmente criticabile "un nuovo corpo nel ministero della Giustizia con poteri senza precedenti per controllare e monitorare i gruppi religiosi". Il rapporto descrive anche "un incremento delle violazioni della libertà di religione da parte di responsabili governativi, in particolare contro gruppi religiosi "non tradizionali e musulmani". Il problema della Turchia è la sua interpretazione del secolarismo che si traduce "in numerose violazioni delle libertà di religione nei confronti delle minoranze religiose".
Il rapporto critica la sentenza costituzionale contro il velo islamico per le donne nelle università. Oltre a Russia e Turchia, la commissione ha aggiunto alla lista, Laos, Somalia, Tajikistan e Venezuela. Già da tempo figuravano invece l’Afghanistan, la Bielorussia, Cuba ed Egitto, perchè i loro governi o fanno discriminazioni religiose o non sono in grado di contenere le violenze religiose.
Il rapporto copre il periodo che va da Maggio 2008 ad aprile 2009.

mercoledì 18 marzo 2009

Tunisia, il golpe italiano. "Sì, scegliemmo Ben Alì"


da La Repubblica dell'11 ottobre 1999.



ROMA - "Non fu un brutale colpo di stato: fu un'operazione di politica estera, messa in piedi con intelligenza, prudenza ma anche decisione dagli uomini che guidavano l'Italia in quegli anni. Sì, è vero, l'Italia sostituì Bourghiba con Ben Ali".

Sono le dieci del mattino: per riscaldarsi ai tavolini del bar di viale Parioli l'uomo del ministero degli Esteri cerca uno spazio al sole fra l'ombra dei platani. "Fu l'Italia a costruire nel giro di un paio di anni la successione indolore fra Bourghiba e Ben Ali. Furono Craxi, Andreotti, il capo del Sismi Martini, il capo dell'Eni Reviglio a garantire una rete di sicurezza al "golpe costituzionale" che Ben Alì mise a segno la notte fra il 6 e il 7 novembre dell'87. La storia è lunga, molto più complicata e molto meno sordida di quanto sembri. Craxi fece una visita in Algeria in cui quelli si dissero pronti a invadere la Tunisia se Bourghiba non avesse garantito la stabilità del suo stesso paese. Gli algerini volevano fare qualcosa per tutelare il gasdotto Algeria-Italia, che nel tratto finale attraversa la Tunisia. L'Italia non poteva tollerare una guerra fra Algeria e Tunisia, ma non poteva neppure permettere che Bourghiba degradasse al punto da rendere insicura la Tunisia. Ma chi sa davvero tutto è l'ammiraglio Martini...".

Le undici di ieri mattina. Nel salotto del suo piccolo appartamento alla Balduina, l'ammiraglio Martini si accomoda in poltrona con agilità insospettabile per i suoi 75 anni. Tutt'intorno i cimeli, i ricordi delle due vite trascorse al servizio della Repubblica, quella da ufficiale di Marina e quella da uomo dei servizi segreti. "La storia è vecchia, ma non capisco proprio perché ci siate saltati su solo adesso: l'avevo fatto capire chiaramente nel mio libro "Ulisse"...".

Ammiraglio, semplicemente perché l'altra sera in Commissione Stragi lei ha pronunciato la parolina magica "golpe", anche se l'ha declinata all'italiana: "Organizzammo una specie di colpo di stato in Tunisia". Cos'è una specie di colpo di stato?

"Allora: all'inizio del 1985 mi chiama Bettino Craxi, presidente del Consiglio. Poco prima era stato in Algeria, dove aveva incontrato il presidente Chadli Benjedid e il primo ministro pro tempore, non ricordo chi fosse..." (il primo ministro pro tempore di Chadli era Abdel Hamid Brahimi, ndr)."Craxi mi dice: ammiraglio, lei deve andare in Algeria, deve incontrare il capo dei loro servizi. Io gli rispondo: presidente, io in Algeria non ci vado. I servizi segreti algerini sono tra i più attivi nell'organizzare e armare i terroristi palestinesi. Il Sismi in quegli anni non aveva contatti con l'Algeria, con i libici, con la Siria. Non avevamo contatti con i servizi che appoggiavano la galassia delle organizzazioni terroristiche palestinesi. Craxi mi ordinò: lei deve andare in Algeria, si cauteli ma vada lì".La visita di Craxi era stata la prima di un premier italiano nell'Algeria che dal 1962 aveva conquistato l'indipendenza dalla Francia. Presentando il viaggio, il 26 novembre del 1984 il corrispondente dell'Ansa da Algeri scrive: "La visita di Craxi cade in un momento particolare per l'Algeria, che è impegnata a diversificare le sue preferenze verso altri paesi dell'Europa occidentale dopo i problemi con Francia e Spagna. La diffidenza di Algeri verso Parigi è scaturita anche dalle intese raggiunte recentemente fra Mitterrand, il re del Marocco Hassan II e il leader libico Gheddafi per il Ciad. Inoltre l'Algeria si è trovata circondata da un blocco militare ostile a seguito dell'Unione fra Libia e Marocco senza un'aperta opposizione della Francia".Craxi giunge ad Algeri il 28 novembre 1984. L'ammiraglio Martini ricorda: "Il presidente algerino prospettò al presidente Craxi un'eventualità che per noi sarebbe stata assai pericolosa. Gli algerini - disse - erano pronti a invadere quella parte del territorio tunisino che è attraversata dal gasdotto. Craxi disse a Chadli: "Aspettate, non vi muovete", e iniziò a muoversi lui con Giulio Andreotti".

Alla fine lei decide il viaggio ad Algeri.

"Naturalmente io eseguo le direttive del governo: non avevamo rapporti diretti col servizio algerino, un servizio unico controllato dai militari. Perciò chiamai l'ambasciata a Roma e dopo pochi giorni col mio aereo atterrai ad Algeri. Mi fecero parcheggiare a fondo pista, lontano da tutti e da tutto. Rimasi a parlare fino a notte fonda con il capo dei loro servizi, e da allora avviammo un dialogo che aveva un grande obiettivo: evitare che la destabilizzazione crescente della Tunisia portasse gli algerini a un colpo di testa. L'Italia offriva aiuto all'Algeria, e in cambio chiedeva aiuto all'Algeria nel controllo del terrorismo in Italia".

Aiuto italiano nella "stabilizzazione" della Tunisia?

"Sì. Da quel momento iniziò una lunga operazione di politica estera in cui i servizi ebbero un ruolo importantissmo. Alla fine individuammo il generale Ben Ali come l'uomo capace di garantire meglio di Bourghiba la stabilità in Tunisia. Da capo dei servizi segreti, poi da ministro dell'Interno Ben Alì si era opposto alla giustizia sommaria che Bourghiba aveva intenzione di fare dei primi fondamentalisti che si infiltravano nei paesi islamici. Dopo la condanna a morte di 7 fondamentalisti, Bourghiba voleva altre teste. Noi proponemmo la soluzione ai servizi algerini, che passarono la cosa anche ai libici. Io personalmente andai a parlare con i francesi...".

Ebbe qualche problema col suo collega francese, il capo della Dgse?

"Era il generale René Imbot, ex capo di stato maggiore dell' Armée. Andai da lui, gli spiegai la situazione, gli dissi che l'Italia voleva risolvere le cose nella maniera più cauta possibile, ma che comunque non voleva aspettare che la Tunisia saltasse per aria. Lui fece un errore imperdonabile: mi trattò con arroganza, mi disse che noi italiani non dovevamo neppure avvicinarci alla Tunisia, che quello era impero francese. Io ancora oggi penso che per difendere un impero bisognava avere i mezzi, la capacità ma anche la solidarietà di chi non è proprio l'ultimo carrettiere del Mediterraneo... Imbot era stato nella Legione straniera per vent'anni, aveva guidato i paracadutisti che parteciparono alla repressione nella casbah durante la battaglia di Algeri. Era un soldato, non capiva la politica, ebbe qualche problema con il suo primo ministro Jacques Chirac".

Voi andaste avanti col vostro piano: sempre con il consenso di Craxi e Andreotti? E gli americani, li avvertiste?

"Gli americani non furono coinvolti. Naturalmente io mi muovevo seguendo le direttive del governo, tenendolo informato passo dopo passo. Noi del Sismi non facemmo nulla di operativo in Tunisia, ma collaborammo a un'azione politica italiana che, appena Ben Ali arrivò al potere, riuscì a sostenere il suo governo politicamente ed economicamente ed aiutò la Tunisia ad evitare l'incubo islamico che ha tormentato paesi come l'Algeria".


La notte del 6 novembre 1987 in Italia il presidente del Consiglio era Giovanni Goria, il ministro degli Esteri Giulio Andreotti, il leader del Psi Bettino Craxi. Sette medici firmarono un referto che certificò l'incapacità di Habib Bourghiba, il primo ministro-generale Zin el Abidin Ben Ali divenne presidente della Tunisia. Martini ieri sera non ha voluto commentare le dichiarazioni di Pellegrino, Craxi e Andreotti su questo che ha definito "una specie di golpe". I giornalisti che da Tunisi il 7 novembre 1987 trasmisero i loro articoli lo chiamarono "golpe costituzionale". Chiamatelo come volete, la storia è questa.

martedì 10 marzo 2009

COME I PROBLEMI LOCALI DIVENTANO GLOBALI

Gli aerei senza pilota partiranno da Sigonella per spiare l’Africa, catturare informazioni tramite potenti e pericolosi radar, supportare le guerre USA. L’esercito italiano, compreso lo stormo di stanza in Sicilia, è già impegnato nel contrasto all’immigrazione clandestina. I profughi delle guerre africane (come quelle in Sudan e Somalia) sono spesso respinti in mare e – nelle intenzioni del governo – dovrebbero essere trattenuti a Lampedusa e ricacciati nei campi libici. Il Mediterraneo diventa un mare di guerra e di morte

La prossima volta che ascolterete un politico siciliano parlare della sua isola come di un ponte di pace proteso verso l’Africa, ricordategli la differenza tra le chiacchiere e la realtà. La Sicilia sta diventando un bastione della fortezza che respinge o incarcera i profughi, o nella migliore delle ipotesi li destina al lavoro servile; una piattaforma della macchina da guerra globale che spia stati sovrani alla ricerca di elementi per scatenare nuove guerre, o vincere quelle in corso; una caserma a cielo aperto che ospita temibili strumenti di morte pronti all’uso, dannosi per i suoi stessi abitanti.
MUOS, Africom, CPT e derivati, pattugliatori, Frontex, Global Hawk, AGS sono i nomi dei (costosissimi) strumenti di guerra e di contrasto all’immigrazione usati contro un intero continente, e che per buona parte trovano in Sicilia la loro base operativa.

Sorveglianza sul terreno
"Rispetto ad altre località – dice il ministro della Difesa La Russa festeggiando la decisione NATO di installare in Sicilia il sistema AGS (Alliance Ground Surveillance) - Sigonella si presta sia come luogo, sia come efficienza, sia come costi ridotti", ovvero un miliardo e mezzo di euro, di cui almeno 150 milioni a carico del contribuente italiano[1].
Secondo il ministro, il sistema porterà almeno 800 nuovi militari in Sicilia, che si sommeranno ai 3500 già presenti. “La realizzazione di nuovi residence porterà quindi una boccata d’aria fresca all’economia”, conclude La Russa. Facile ipotizzare il rilancio a breve dell’operazioni Xirumi, la maxi-lottizzazione degli aranceti di Lentini già in passato spacciate per future residenze dei militari Usa.
Al momento, però, la nostra economia già soffre abbastanza di “burden sharing”, ovvero la “condivisione del peso” delle spese, a cominciare dai circa 900 MWH a settimana consumati dalla base ed ammessi da poco da fonti ufficiali USA[2].
Secondo Robert Pszczel, portavoce NATO, il programma sarà operativo nel 2012. Subito saranno dislocati otto Global Hawk, i veivoli senza pilota costruiti negli Stati Uniti. Originariamente” dichiara Pszczel, “dovevamo impiegare sia aerei con che senza pilota, alla fine saranno impiegati solo questi ultimi”[3].
Il sistema AGS è un nuovo programma NATO che prevede appunto di impiegare aerei senza pilota (UAV) per le ricognizioni e la raccolta di informazioni su Africa e Medio Oriente, da destinare agli strateghi politici e militari dell’Alleanza atlantica ed ai “decision makers”. Il rischio riguarda anche la privacy dei cittadini, poiché saranno intercettabili anche le comunicazioni telefoniche. Il progetto è stato concepito nel clima paranoico della “war on terror” statunitense, quando nei posti chiave del potere c’erano gli autori del “Piano per un nuovo secolo americano” che ipotizzavano un rinnovato dominio USA sul resto del pianeta.
Nonostante i fallimenti della politica presidenziale di Bush, da cui ormai chiunque - compresi i repubblicani del Congresso - non vedono l’ora di smarcarsi, il governo italiano testardamente continua ad accodarsi a progetti ormai superati dagli eventi.
Uno dei punti di forza di questa politica che viene dal passato sarà la base di Sigonella, la cui posizione al centro del Mediterraneo è considerata ideale sia per le proiezioni contro il Medio Oriente (Afghanistan, Pakistan, Iraq, Iran) sia per possibili obiettivi africani (Sudan, Somalia), oltre che per il controllo sui paesi arabi del Nord Africa.
Tutti luoghi dove vere o fittizie minacce islamiche possano rievocare il fantasma dell’11 settembre, giustificare attacchi e bombardamenti, sostenere la prima e più forte industria degli USA, cioè il complesso militare e le tante corporations multimilionarie che attorno ad esso prosperano da anni.
Le nuove guerre saranno sempre più basate sull’innovazione tecnologica, in particolare l’automazione e la sostituzione dell’elemento umano. Gli aerei senza pilota sono uno dei punti cardine di tutti i nuovi piani, nonostante la loro incompatibilità con il traffico civile, specie in presenza di trafficati aeroporti nelle vicinanze: Sigonella si trova a due passi da Fontanarossa, terzo scalo italiano per volume di traffico, e già ne ospita il radar. Dobbiamo prepararci ad una nuova Ustica teleguidata?
Di fronte ad un parlamentare della Repubblica, e nel corso di una ispezione ufficiale, il comandante italiano della base smentì decisamente la realizzazione del MUOS, così come la presenza di aerei senza pilota. “La gestione di questi velivoli radioguidati non è compatibile col traffico civile già gestito dal radar militare”, disse[4]. Era la primavera del 2008. Basteranno pochi mesi per avere notizia del MUOS di Niscemi e dell’AGS di Sigonella. Chi prende, dunque, le decisioni? E i militari italiani ne sono informati?
L’installazione del MUOS (Mobile User Objective System) è prevista a Niscemi, nel cuore della Sicilia, dove già sono in funzione 41 antenne USA. Si tratta di una delle quattro stazioni terrestri del sistema della U.S. Navy che collegherà - con comunicazioni radio, video e trasmissione dati ad altissima frequenza - le forze navali, aeree e terrestri mentre sono in movimento, in qualsiasi parte del mondo si trovino. “Perché gli altri Muos sono installati in zone desertiche e a Niscemi vicino il centro abitato?”, chiede il sindaco della cittadina siciliana, evidenziando l’alto rischio per una popolazione vittima dei fumi tossici del petrolchimico di Gela da un lato e dall’altro delle onde elettromagnetiche emesse da installazioni trasmittenti per le telecomunicazioni già presenti dal 1991.

Contrasto all’immigrazione clandestina
Qualcuno ha mai visto un cinese che sbarca a Lampedusa? Eppure la comunità asiatica è tra le più numerose, ed in qualche modo dovranno pure arrivare.... L’esempio serve a comprendere che gli sbarchi sono un problema sostanzialmente televisivo ed elettorale: gli immigrati - concentrati sull’isola dai pattugliatori - sono visibili, vengono dall’Africa, sono musulmani, “disperati” e “clandestini”... Tutti elementi buoni per colpire la platea televisiva, ma i numeri rivelano che i migranti giunti a Lampedusa a stento raggiungono il 10% del totale di quanti arrivano in Italia, secondo i dati forniti dal governo nel corso degli anni.
Eppure, impedire sbarchi a Lampedusa significa risolvere il “problema dell’invasione” agli occhi di una opinione pubblica istruita alla paura da un ceto politico che sull’odio del nemico immigrato ha costruito straordinarie ed immeritate carriere politiche.
Da anni, i militari sono in prima linea in questa nuova lotta, ed il mare è la frontiera da difendere. La base italiana del “41.mo stormo Athos Ammannato”, che appartiene all’Aeronautica Militare Italiana ed ha l’onore di ospitare la struttura USA – che formalmente “non esiste” ed è in piedi grazie a misteriosi trattati internazionali -, era stata pensata per il classico scenario da “guerra fredda”.
Sommergibili infidi sotto il pelo d’acqua del Mediterraneo, regimi nordafricani non affidabili, marina ed aviazione proiettate minacciose verso il fianco sud dell’alleanza atlantica. Oggi la loro funzione antisommergibile si limita alle esercitazioni congiunte ed a volenterosi pattugliamenti. Per il resto, la giornata è impegnata in un’unica attività: il contrasto all’immigrazione clandestina
I velivoli dell’aeronautica pattugliano giornalmente il Mediterraneo (“ma sempre in acque internazionali”), dove non è raro incontrare quelle che i telegiornali senza fantasia definiscono “carrette del mare”[5].
Teoricamente, la sorveglianza dall’alto dello spazio terrestre e marino potrebbe essere usata per il contrastare gli sbarchi. La televisione ha ormai imposto l’immaginario di una frontiera sud da difendere dall’assalto di un’orda di “disperati” che viene a delinquere o comunque a mettere in crisi la nostra fragile economia.
(...)


SCHEDA 1 – Nuove guerre / Il “Comando Africa” e i profughi

Il concetto di contrasto all’immigrazione clandestina, praticato attraverso il respingimento alla frontiera, è illegale, almeno per quei paesi che hanno firmato la Convenzione di Ginevra. Chi parte può essere un migrante, alla ricerca di migliori condizioni di vita, oppure un rifugiato, cioè una persona che scappa da persecuzioni e guerre, e quindi ha diritto ad essere accolta e protetta. Il respingimento in mare, tra le altre cose, impedisce questa essenziale distinzione.
I conflitti in Africa sono pressoché endemici, anche grazie agli interventi occidentali. Il flusso di profughi somali e sudanesi che arriva a Lampedusa è ininterrotto da mesi. Dalla fine del 2008 gli USA hanno istituto il “Comando Africa”, dedicando al continente una nuova speciale attenzione.
Due dei comandi militari subordinati di Africom sono stati dislocati in Italia, uno a Napoli e l'altro a Vicenza. Gli scopi di Africom, lo riporta il saggista Manlio Dinucci, sono “l’assistenza umanitaria, il controllo dell'immigrazione e la lotta al terrorismo”.
Il Comando Africa non opera “nel quadro Nato”, ma è uno dei sei comandi unificati del Pentagono. Particolarmente importante sarà il ruolo di Sigonella: qui, dal 2003, opera la Joint Task Force Aztec Silence, la forza speciale che conduce in Africa missioni di intelligence e sorveglianza e operazioni segrete nel quadro della “guerra globale al terrorismo”.
Africom si concentra nell'addestramento di militari africani, con l’obiettivo di portare il maggior numero di paesi africani nella sfera d'influenza statunitense, prospettando così un confronto con la Francia e soprattutto con la Cina. In Sudan accade già qualcosa del genere, ed il risultato è il flusso ininterrotto di profughi di una guerra per il petrolio mascherata da conflitto religioso e tribale.
Eppure i profughi trovano ad accoglierli centri sempre più militarizzati, leggi sempre più restrittive, una generale ostilità fino alla delirante ipotesi leghista di Lampedusa come campo unico per l’immediata espulsione di tutti i migranti.


Scheda 2 – La curiosità / Soldati USA preoccupati per Alitalia: la posta arriva in ritardo

Un ampio articolo di “Stars and Stripes”, il giornale delle truppe USA all’estero, evidenzia la preoccupazione dei militari nei confronti di Alitalia.
Ma i pensieri non sono rivolti alla crisi dell’“official carrier” italiano, né ai posti di lavoro in pericolo, né tanto meno alle tormentate vicende della nuova compagnia. Le preoccupazioni sono tutte per il giorno di ritardo con cui arriva la posta cartacea che viene inviata dai familiari da ogni angolo degli Stati Uniti, concentrata al JFK di New York e spedita alla base di Napoli.
Da qui solitamente arrivava via aereo a Sigonella, ma a causa degli scioperi Alitalia e del suo incerto futuro, da natale 2008 viene caricata su un camion che giunge in traghetto in Sicilia.
Curiosamente, proprio mentre stanno predisponendo un imponente sistema di comunicazioni elettroniche satellitari con base in Sicilia, i militari USA si trovano in difficoltà nel gestire delle “vecchie” lettere imbustate inviate all’isola.
Pacchi e missive non possono salire su un altro vettore, perché Alitalia è il solo autorizzato a trasportare posta militare americana fino a Catania.


[1] I cittadini italiani pagano ogni anno circa 366 milioni di dollari per le “spese di stazionamento” delle forze armate americane, come contributo annuale alla “difesa comune”, ovvero il 41% del totale. Lo rivela il rapporto ufficiale “2004 Statistical Compendium on Allied Contributions to the Common Defense” riferito all’anno precedente. La divisione degli oneri tra Italia e Stati Uniti varia di anno in anno di qualche punto percentuale.
[2] Electrical Consumption at NASSIG, The Signature, 4 febbraio 2009.
[3] Sandra Jontz, NATO system to boost U.S. Sigonella presence, Stars and Stripes, European edition, Wednesday, February 4, 2009
[4] Informazioni tratte dall’ispezione condotta dall’onorevole Salvatore Cannavò a Sigonella, 31 marzo 2008.
[5] Informazioni tratte dall’ispezione condotta dall’onorevole Salvatore Cannavò a Sigonella, 31 marzo 2008.
[6] http://www.terrelibere.org/terrediconfine/il-pentagono-a-obama-in-afghanistan-solo-per-sconfiggere-il-terrorismo
[7] http://www.terrelibere.org/terrediconfine/il-pentagono-a-obama-in-afghanistan-solo-per-sconfiggere-il-terrorismo, cit.
[8] La prima operazione designa l’intervento deciso nel 2001 contro l’Afghanistan all’indomani dell’attacco alle Torri gemelle, la seconda si riferisce all’invasione dell’Iraq avvenuta nel 2003.

venerdì 27 febbraio 2009

Il popolo delle miniere - Il 3 febbraio, di nuovo alla sbarra per il processo d’appello i ribelli del fosfato tunisino

da: Il Manifesto del 29.01.2009
di Omeyya Seddik

GAFSA · «Quello che fanno è inaccettabile. Di fronte a Dio e di fronte agli uomini», dice Yasmina Slama-Hlaimi. Si riferisce al trattamento che le autorità hanno riservato al popolo delle miniere. E aggiunge: «Finché non sarà rispettato il diritto, finché non verrà migliorata la condizione dei disoccupati, delle donne, degli operai, dei giovani nelle università, finché non cesseranno le ingiustizie e la corruzione, noi non ci fermeremo.
Finché dovremo lottare, quelli di noi che moriranno saranno dei martiri e quelli che sopravviveranno saranno felici… Preferisco che dieci di noi muoiano perché quaranta possano vivere degnamente, piuttosto che morire tutti in silenzio a poco a poco».
Slama-Hlaimi ha quasi settant’anni, è vedova di un minatore e ha tirato su da sola una figlia e sei maschi a Redeyef.
Questa città della regione di Gafsa, nel sudovest vicino alla frontiera algerina, è il principale focolaio di rivolta del bacino minerario del fosfato tunisino.
Da gennaio 2008, un movimento di rivolta di grande portata ha scosso questa regione di oltre 300.000 abitanti, che è fra le più povere del paese e ha un tasso di disoccupazione ufficiale pari al doppio della media nazionale. La Compagnia dei fosfati di Gafsa, principale datore di lavoro della regione, assume sempre di meno, rende precaria la maggior parte della manodopera e distribuisce qualche posto di lavoro stabile in base a un sistema di corruzione e di nepotismo gestito insieme ai dirigenti del Partito al potere e ad alcuni burocrati sindacali. La Compagnia, che sfrutta la principale risorsa naturale del paese da oltre un secolo, è stata gestita a lungo dal potere francese secondo la logica predatrice tipica del rapporto coloniale (quella di uno sfruttamento intensivo delle risorse e della manodopera locale, che non si preoccupa della riproduzione delle condizioni sociali di vita e di produzione, che non investe localmente né sviluppa servizi e infrastrutture pubbliche).
Quando, sotto il protettorato francese, gli abitanti della regione si opposero alla sorte che gli era riservata, l’esercito tirò sulla folla. Così accadde durante lo sciopero dei minatori del marzo 1937, la cui repressione fece 17 morti.
Nel marzo 1956, la Tunisia ottenne l’indipendenza politica, i francesi se ne andarono e il potere del presidente Burghiba e poi quello del presidente Ben Ali applicarono al bacino minerario di Gafsa una politica poco diversa da quella dei loro predecessori. Durante tutto il XXmo secolo, il popolo delle miniere si è costruito una lunga tradizione di lotte anticoloniali e operaie. Dall’inizio del 2008, ha saputo organizzare un movimento molto popolare che ha riunito diverse categorie sociali: disoccupati, lavoratori precari, donne e vedove di minatori, giovani studenti e liceali, operai, insegnanti... Insieme hanno portato avanti rivendicazioni chiare in merito alle politiche del lavoro e dell’investimento, alle questioni ambientali, ai servizi sociali o ancora contro la corruzione. È il movimento sociale più ampio, più democratico e più radicale che il paese abbia conosciuto da decenni.
Per timore che il movimento si estendesse ad altre regioni del paese, il potere tunisino ha cominciato col sottomettere il bacino minerario a un vero e proprio assedio poliziesco e militare.
In seguito ha dato la stura a una feroce repressione: sequestri, detenzioni arbitrarie, condanne pesanti, violente cariche poliziesche che hanno già provocato due morti… Gli abitanti hanno tenuto duro, la loro determinazione e la loro solidarietà si sono rafforzate oltre ogni previsione e contro tutti i tentativi messi
in atto dal potere.
Giovedì 11 dicembre si è svolto il processo detto «dei 38» in cui i principali animatori del movimento sono stati giudicati per «associazione a delinquere costituita alfine di turbare l’ordine pubblico, di attentare alle istituzioni, alle strutture, ai beni pubblici e privati». L’udienza si è svolta in presenza di centinaia di poliziotti armati fino ai denti. Gli avvocati si son visti rifiutare tutte le richieste di produrre elementi o testimonianze a discarico, non c’è stata alcuna arringa, né deposizione dei testimoni, né requisitoria dell’accusa...
Dopo un’interruzione dell’udienza di dodici ore, il giudice si è presentato in aula in piena notte, visibilmente terrorizzato malgrado (o forse per?) la presenza di centinaia di agenti in civile e in uniforme. Ha annunciato che il verdetto era stato emesso, ma ha rifiutato di comunicarne i termini pubblicamente e si è ritirato tra le strofe dell’inno nazionale cantato dagli imputati e fra le proteste degli avvocati. In quella situazione, il principale portavoce del movimento, il sindacalista insegnante Adnane Haji ha dato il la con uno slogan, che è stato ripetuto a lungo: «Fermezza e determinazione di fronte al potere delle mafie!». Gli avvocati hanno dovuto recarsi in cancelleria per conoscere l’entità delle condanne emesse: fino a dieci anni e un mese di carcere per i sindacalisti, gli insegnanti, i disoccupati, gli operai e gli studenti che hanno avuto un ruolo propulsivo nel movimento. Dopo aver appreso il verdetto, il movimento ha ripreso le manifestazioni nella città di Redeyef, nonostante l’intensificarsi delle retate di polizia e l’aumento della
repressione, che ha portato a molti arresti.
«Fino a quando dovremo vivere in stato di assedio? Cosa sta succedendo? Siamo forse a Gaza o a Falluja?», si chiede Slama-Hlaimi, «la polizia tratta i nostri figli come i sionisti trattano gli arabi».
Due dei suoi figli sono fra i condannati nel processo dei 38. Tarek, il maggiore, insegnante e sindacalista ha preso dieci anni e un mese; Harun, il più giovane, studente, sei anni. Entrambi sono sottoposti al carcere duro e hanno subito trattamenti simili alle torture. Due degli altri quattro figli di Slama-Hlaimi sono sempre a Redeyef, Moussa e Omar. Quest’ultimo, maestro elementare, portatore di un grave handicap fisico, è stato picchiato diverse volte, arrestato e condannato col beneficio della condizionale. Gli altri due, Muhammad e Abdallah, hanno dovuto partire per l’Europa per guadagnarsi degnamente da vivere e per mantenere la famiglia rimasta al paese. Oggi sono operai edili a Nantes, in Francia, uno di loro è ancora un lavoratore senza documenti.
I figli di Slama-Hlaimi sono come tanti altri giovani tunisini della regione mineraria o di altre regioni della Tunisia: l’alternativa per loro è di sottomettersi a una vita di povertà, disoccupazione e persecuzioni poliziesche oppure lottare. Che lottino contro un potere repressivo e corrotto al loro paese o che si battano contro le guardie di frontiera e contro i pericoli del mare in direzione di «Lambadouza» (Lampedusa), agli occhi dei loro cari sono combattenti per la giustizia e per la libertà.
Oggi, la situazione nel bacino minerario è sempre tesa. Dopo un primo rinvio, il 13 gennaio, gli abitanti aspettano la data del processo di appello dei 38 di Redeyef, prevista per il 3 febbraio.
Per tre settimane, la situazione sociale nella regione e nell’insieme del paese è stata scandita dall’ampiezza del movimento di solidarietà popolare nei confronti di Gaza, che le autorità hanno duramente represso. Nella regione di Gafsa, martedì 6 gennaio è stato organizzato uno sciopero generale di sostegno al popolo e alla resistenza palestinese. Uno sciopero molto seguito malgrado le misure ufficiali messe in atto per farlo fallire. Nelle manifestazioni che si sono moltiplicate in tutto il paese (dei liceali, degli studenti, dei sindacalisti, dei partiti e delle associazioni indipendenti, degli avvocati), gli slogan più frequenti univano l’omaggio al popolo palestinese di Gaza e quello agli abitanti del bacino minerario di Gafsa.
(Traduzione di Ermanno Gallo)

Tunisia, la rivolta del «popolo delle miniere» - Una roccaforte operaia nel bacino di Gafsa

luglio 2008
di Karine Gantin e Omeyya Seddik*

Con l'arresto a fine giugno di diversi dirigenti del movimento di protesta della città di Redeyef, accusati di reati gravi (costituzione di banda armata, sovvertimento dell'ordine pubblico, violenze su rappresentanti dello stato e così via) e sottoposti a duri interrogatori, il potere tunisino cerca di soffocare una mobilitazione che da gennaio riunisce tutta la popolazione del bacino minerario di Gafsa.

«Poiché vogliono tanto questa città, gliela lasciamo!» Arrabbiate, le donne di Redeyef, nel bacino minerario di Gafsa, hanno deciso mercoledì 7 maggio 2008 di abbandonare il paese. Molti abitanti «dimissionari» sono scesi in strada con un bagaglio improvvisato per protestare contro l'invasione della loro città da parte della polizia. Ma le forze dell'ordine mettono in guardia la popolazione: se andranno in montagna verso l'Algeria, saranno accusati di tradimento, come gli abitanti del villaggio vicino che avevano chiesto asilo politico a quel paese qualche settimana prima. Così la popolazione fa marcia indietro, convinta dai membri del comitato negoziale interpellato da un potere locale disorientato. L'argomento avanzato ha convinto questa gente: bisogna rimanere per continuare la lotta.Dall'inizio di quest'anno, a 400 chilometri a sud-ovest di Tunisi, la popolazione di questa roccaforte operaia, spesso ribelle nel passato (1), si sta costruendo la propria storia in una rivolta compatta, rabbiosa e orgogliosa. Una popolazione che affronta unita la strategia governativa fatta di isolamento, di soprusi polizieschi e di controllo dei media.Tutto comincia il 5 gennaio 2008, giorno in cui sono pubblicati i risultati, ritenuti falsi, del concorso di assunzione della Compagnia di fosfati di Gafsa (Cpg), l'unico motore economico della regione.Giovani disoccupati occupano la sede regionale dell'Unione generale tunisina del lavoro (Ugtt) a Redeyef. A loro si uniscono le vedove dei minatori e le loro famiglie, che montano delle tende davanti all'edificio. Il movimento si estende rapidamente. Operai, disoccupati, studenti e abitanti moltiplicano gli scioperi, le azioni, gli incontri.In una situazione di grande povertà e di inflazione, tutti protestano contro la corruzione di un sistema locale nepotistico e contro una politica dell'occupazione iniqua.Redeyef è vicina alla frontiera algerina, e come le altre città del bacino minerario di Gafsa (Oum Larayes, Metlaoui, El Mdhilla, ecc.), vive sotto il controllo della Cpg, creata nel 1897 intorno ai giacimenti scoperti dal francese Philippe Thomas (veterinario militare, direttore del penitenziario agricolo locale e geologo dilettante). Fin dall'inizio l'estrazione delle ricchezze del sottosuolo è fatta secondo i metodi tipici del modello coloniale (2): accaparramento delle terre attraverso l'espropriazione brutale delle popolazioni locali; sfruttamento intensivo delle risorse naturali; estrazione con un alto consumo di vite umane e con una forte produzione di rifiuti inquinanti; rapporti di lavoro e di potere fondati su relazioni clientelari, di clan e familiari (3). Fosfato, clientelismo e corruzione La maggior parte di questi aspetti sono sopravvissuti alla decolonizzazione in forma rinnovata. La Cpg, che si è fusa nel 1996 con il Gruppo chimico tunisino (Gct), rimane il principale datore di lavoro della regione. Nel corso degli ultimi 25 anni la modernizzazione della produzione, la sostituzione progressiva delle miniere in galleria con quelle a cielo aperto ha diminuito la durezza del lavoro e il tasso di mortalità fra gli operai. Ma questa modernizzazione, accompagnata dall'applicazione del piano di aggiustamento strutturale, ha ridotto di circa il 75% gli effettivi della compagnia.Oggi solo cinquemila persone lavorano direttamente alle dipendenze della Cpg e beneficiano di uno statuto e di condizioni di lavoro privilegiate in una regione dove la disoccupazione interessa il 30% della popolazione attiva (il doppio del tasso nazionale), secondo cifre ufficiali piuttosto discutibili. Intorno alla compagnia gravitano diverse imprese di subappalto, con i loro lavori precari e sottopagati.Il commercio al dettaglio, in particolare con l'Algeria, completa il quadro del mondo lavorativo della regione. Per trovare lavoro, c'è chi rischia la vita attraversando il Mediterraneo; altri invece vanno a vivere nelle periferie povere delle città della Tunisia «utile», quelle della costa.I 5 mila posti della compagnia e i fondi destinati alla riconversione sono gestiti in stretta collaborazione con l'Ugtt. Fino a qualche anno fa la stabilità della regione era ottenuta con una modesta redistribuzione dei grandi benefici prodotti dall'industria di fosfati, secondo dei sottili equilibri di clan e familiari garantiti dai dirigenti regionali della confederazione sindacale e dal partito al potere, il Raggruppamento costituzionale democratico (Rcd). Questi dirigenti erano al tempo stesso i rappresentanti o gli interlocutori delle principali tribù della regione, gli Ouled Abid e gli Ouled Bouyahia. La progressiva diminuzione delle risorse da distribuire e la diffusione della corruzione, mentre il prezzo internazionale del fosfato è salito alle stelle, hanno rotto questi equilibri. La direzione regionale dell'Ugtt è diventata il centro di un'oligarchia che si limita a distribuire fra gli amici e i parenti diretti le briciole della rendita del fosfato.Questa struttura è il rappresentante locale più potente di quello che gli abitanti vedono ormai come un potere «esterno» e ingiusto.«Noi, il popolo delle miniere, non siamo mai ingiusti, ma se sono ingiusti con noi, allora...», la frase termina con un insulto. Lo striscione è esposto a una delle entrate di Redeyef, in un quartiere povero ed emarginato, teatro degli scontri recenti con la polizia.Da gennaio la mobilitazione è continuata ininterrottamente: le azioni dei disoccupati, dei laureati senza lavoro sono accompagnate dalle occupazioni e dalle manifestazioni nelle quali si ritrova tutta la popolazione. Le proteste delle famiglie degli invalidi della compagnie e dei morti in miniera si uniscono alle azioni degli operai licenziati.Le proteste delle madri i cui figli o mariti sono in prigione in seguito alle prime manifestazioni hanno portato a uno sciopero generalizzato che coinvolge anche i piccoli commercianti.La notte i ragazzi pattugliano la città per proteggerla, dopo aver suonato l'adunata lanciando sassi contro le strutture metalliche di un ponte; sono i loro «tamburi di guerra» e fanno ricorso a un vocabolario che ricorda le tradizioni delle tribù guerriere, pronti ad affrontare i poliziotti o a rubare i loro sandwich per redistribuirli.Il tono generale riflette un'impressionante coesione popolare che le forze dell'ordine non riescono a rompere. Nonostante il controllo statale dei media, la sollevazione di questa regione isolata rappresenta il più lungo movimento sociale, il più potente e il più maturo della recente storia della Tunisia.Il potere ha risposto a questa agitazione con una repressione sempre più brutale, che ha fatto almeno due morti, decine di feriti e numerosi arresti. Alcune famiglie sono state trattate con violenza e molte proprietà sono state saccheggiate. In giugno il ricorso a unità blindate dell'esercito ha rafforzato l'assedio del bacino minerario. L'escalation della violenza di stato si manifesta con il ricorso alle armi, con la moltiplicazione dei sequestri di giovani per interrogatori e arresti arbitrari e con rastrellamenti militari nelle montagne circostanti, allo scopo di ritrovare chi cerca di sfuggire alla tortura.Diversi gruppi di giovani hanno già subito dei processi a porte chiuse.La gravità delle pene è molto arbitraria e varia da un processo all'altro, segno che il potere esita sulla strategia da seguire.L'opposizione a Tunisi e i comitati di sostegno a Nantes, dove vive un'importante comunità immigrata originaria di Redeyef, a Parigi(4) e a Milano si battono per rompere il blocco dell'informazione. Ma la mobilitazione rimane circoscritta. Politicamente debole, passata per molto tempo sotto il rullo compressore di un regime di polizia, la società civile fa fatica a reagire. Il potere parla di questi eventi solo per accusare gli «elementi perturbatori». Forse per questo la rivolta non è andata oltre la città di Feriana, nel vicino governatorato di Kasserine.A Redeyef il vento della rivolta ha portato alla creazione di un nuovo quotidiano. La sede locale dell'Ugtt, in pieno centro, è stata occupata sotto il naso della vicina sottoprefettura, ed è diventata il quartier generale degli abitanti in rivolta. Gli uomini della direzione regionale dell'Ugtt hanno cercato di riprenderla chiudendola con dei lucchetti, ma la popolazione ne ha imposto la riapertura.Al pianterreno dell'edificio, dove si svolgono gli incontri, il caffè serve da punto di ritrovo permanente. Lo spiazzo accoglie le riunioni con gli oratori che parlano dal balcone al primo piano. Nel corso di queste riunioni la presenza delle donne è significativa. Di fronte si distribuiscono volantini e giornali dell'opposizione. Qui si trovava in giugno il chiosco di Boubaker Ben Boubaker, detto l'«autista», laureato disoccupato e fruttivendolo, noto per essere l'autore di una lettera ironica sulla soluzione del problema della disoccupazione indirizzata al ministro dell'Educazione. Di recente la polizia ha fatto irruzione in casa sua, e la sua abitazione è stata semidistrutta.Come altri oppositori, Boubaker è fuggito in montagna.«Ben Ali, 2080». La lotta è politica «Dobbiamo ottenere un risultato positivo. La gente deve sapere che la lotta pacifica non è inutile. Altrimenti sarebbe catastrofico».Adnane Hajji, segretario generale del sindacato dell'insegnamento elementare nella città di Redeyef e figura carismatica del movimento, ha saputo mantenere l'unità al di là delle rivalità e dei clan. Questo dirigente gode di una grande popolarità, anche tra le donne e gli adolescenti; sa che questa avventura è già andata molto lontano e che qualunque tentativo di tornare indietro potrebbe avere conseguenze incontrollabili. Nella notte fra il 20 e il 21 giugno Hajji è stato arrestato in casa sua e incriminato. Gli altri animatori del movimento sono tutti ricercati.Per Hajji il problema rimane regionale. Anche se dall'inizio del movimento di protesta i cartelloni elettorali «Ben Ali 2009», che annunciano la prossima elezione presidenziale, sono spesso abbattuti dalla popolazione o modificati ironicamente in «Ben Ali 2080» o «Ben Ali 2500», in occasione delle manifestazioni o delle riunioni i militanti politici sono pregati di non parlare della loro appartenenza politica.In effetti nel bacino minerario la popolazione non crede molto a un cambiamento imminente alla guida del paese(5). Solo una forte campagna di solidarietà nazionale e internazionale, o un allargamento della contestazione ad altre regioni, potrebbe allentare la morsa del regime. Nel frattempo il movimento reclama la fine della repressione e l'apertura di veri negoziati per una soluzione onorevole della crisi. Si chiede l'annullamento dei risultati del concorso di assunzione considerato illegale, un programma di assunzione dei laureati disoccupati, il coinvolgimento dello stato nella creazione di grandi progetti industriali, il rispetto delle norme internazionali sull'ambiente e dei servizi pubblici accessibili ai più poveri (come l'elettricità, l'acqua corrente, l'istruzione e la sanità). Non a caso lo slogan del movimento è: «Determinazione e dignità»

note:* Rispettivamente giornalista e politologo, membro della Federazione dei tunisini per una cittadinanza delle due rive (Ftcr). Omeyya Seddik ha soggiornato sul posto durante il mese di maggio.(1) Si veda a proposito dello sciopero nel bacino minerario del marzo 1937 e della repressione violenta che provocò la morte di 17 minatori, il bel testo di Simone Weil, «Le sang coule en Tunisie», pubblicato nella raccolta Ecrits historique et politiques, Gallimard, Parigi, 1960. In questo testo la scrittrice polemizza con il Fronte popolare che afferma di difendere la classe operaia, mentre chiude gli occhi sui crimini compiuti contro di essa nelle colonie. Inoltre due anni dopo lo sciopero del 1978 si è avuta la «rivolta di Gafsa» nel corso del quale la regione è stata la base di un tentativo di colpo di stato. Si legga anche Khemais Chamari, «L'alerte tunisienne», Le Monde diplomatique, marzo 1980.(2) Si legga Paul Vigné d'Octon, La Sueur du bournous (1911), Les Nuits rouges, Parigi, 2001. L'autore è stato deputato dell'Hérault e relatore speciale dell'Assemblea nazionale sulla situazione delle colonie durante la III repubblica.(3) Sul sistema di controllo del territorio durante il protettorato e l'articolazione dei poteri tradizionali, si legga la tesi di dottorato di Elisabeth Mouilleau (1998), Fonctionnaires de la République et artisans de l'empire. Le cas des contrôleurs civils en Tunisie, 1881-1956, L'Harmattan, Parigi, 2000.(4) C/o Ftcr, 3, rue de Nantes, Parigi 19°, www.ftcr.eu (5) Sull'origine e sull'evoluzione del potere di Zine El-Abidine Ben Ali, si legga Kamel Labidi, «La lunga discesa all'inferno della Tunisia», Le Monde diplomatique/il manifesto, marzo 2006.(Traduzione A. D. R.)