appello

Appello a tutti...

Quest'anno il Lampedusa in Festival è arrivato alla sua terza edizione. Con molto entusiasmo stiamo portando avanti questa iniziativa che riteniamo sia importante per Lampedusa, i lampedusani e tutti coloro che amano l'isola. Purtroppo, anche quest'anno, dobbiamo fare i conti con le nostre tante idee e i nostri pochi fondi per realizzarle.

Chiediamo a tutti coloro che credono nel Lampedusa in Festival e nel lavoro che Askavusa sta facendo -rispetto all'immigrazione e al territorio di Lampedusa- di dare un contributo, anche minimo, per permettere al Festival di svolgere quella funzione di confronto e arricchimento culturale che ha avuto nelle passate edizioni.

Per donazioni:
Ass. Culturale Askavusa
Banca Sant'Angelo
IBAN: IT 06N0577282960000000006970

visita il sito

www.lampedusainfestival.com

contattaci

askavusa@gmail.com






sabato 25 giugno 2011

Pedalando sul confine

Lampedusa, e i suoi 22km2 si macinano velocemente su due ruote. Quello che si vede, sfrecciando, e' un isola placida e calma, che entra in punta di piedi nella sua stagione estiva, fatta di turisti, spiagge e cale...proprio come vorrebbe la tradizione. Una cartolina di normalità, con sfondo imbarcazione, tipo bateaux mouche, brulicante di passeggeri...peccato che la compagnia non e' la Siremar e il volto che si vede sporgere dal ponte superiore non e' quello di un caucasico turista, ma di un africano sorridente.

Questa e' la routine per chi non fa vita da piaggia come noi. Il cellulare in borsa squilla, “O scia', dicono che sta arrivando una barca giu al porto...parlano di 800 sub-sahariani, tutti provenienti dalla Libia”. “Ok, andiamo. Passa qua che scendiamo assieme”. Abbandoni la sede di Askavusa, senza spostare niente, senza spegnere i portatili, lasciando solo un veloce messaggi sulla skype chat del festival agli amici, che di fronte ai loro computer sul continente, lavorano “sbarco di 800. Ci sentiamo piu tardi”.
Lo sai gia che le comunicazioni si interromperanno per almeno due o tre ore, perche per uno sbarco di questo tipo, ci vuole molte tempo. Pedalando verso lo sbarcatoio pensi a quello che ti puo aspettare: l'ingresso negato al porto, i sorrisi di complicità con gli operatori amici delle ONG che aspettano e quelli un po' meno complici con i poliziotti, ma soprattutto la Porta d'Europa.
Dalla costa si vede il barcone ondeggiare lentamente, circondato dalle imbarcazioni della Guardia di Finanza e della Guardia Costiera. Lo vedi procede lentamente attraverso le lenti dello zoom della camera. L'audio e' chiaro e nitido. I suoni trasportati dal vento portano pianti di bambini, voci di donne e lo scricchiolio dei legni. La barca si avvicina e ti avvicini pure tu -di soppiatto- non facendoti notare dalle forze dell'ordine, che impegnate nella fase di attracco, non seguono più i tuoi movimenti sulla collina a ridosso del molo.

Uno scatto, poi un altro, poi uno ancora. Alzi lo sguardo e i volti che poco prima vedevi attraverso l'obbiettivo sono li' di fronte a te. La Plimsoll line, linea che marca il riempimento di una imbarcazione, non si vede nemmeno sulla chiglia. Il ponte inferiore sparisce a livello del molo. Sbucano solo le teste delle persone che lo occupano. L'imbarcazione e' in pericoloso equilibrio. I passeggeri vorrebbero scendere tutti assieme, all'unisono, mentre gli agenti corrono su e giu per la banchina gridando “sit down, sit down”. Calmi si siedono, aspettando il loro turno per scendere.
Donne, bambini, intere famiglie che poco a poco riempiono l'area di fronte alla stazione marittima. Stanchi, ma contenti di essere arrivati a destinazione, si guardano attorno con facce inquisitorie. Nigeria, Eritrea, Liberia, ma anche Pakistan e Bangladesh siedono su 5m2 di cemento del porto. Bevono e si rilassano, prima di essere trasportati al centro. Scende la sera e gli occhi fanno quasi male, costantemente tenuti sotto sforzo nel catturano volti attraverso l'apparato digitale. Prendiamo note, scambiamo quattro parole con gli informatori fedeli e infiltrati...ma ormai siamo troppo visibili e la polizia ci allontana mentre ancora prendiamo appunti, e cerchiamo di stabilire contatti con la moltitudine identificata come sub-sahariani.

Ci sarebbero milioni di cose da dire, come le storie dei famigliari che scendono dall'Europa per rivedere e recuperare i loro figli, fratelli e mariti, ma non c'e' abbastanza tempo per raccontarvi tutto. Quello di oggi e' la storia dell'ultimo grosso sbarco a Lampedusa, una routine di cui siamo testimoni e che abbiamo deciso di raccontarvi per rendervi parte del nostro vissuto.

venerdì 24 giugno 2011

No TAV, L'isola dei conigli, l'Italia e Lampedusa.

No TAV, L'isola dei conigli, l'Italia e Lampedusa.

Ieri sono andato all'isola dei conigli, era un pò che non scendevo giù a farmi un bagno, sono stato con la mia famiglia, mi sono accortoe dell'enorme fortuna che ho a vivere in un posto cosi bello, magico, spirituale, ci sono zone di quest'isola che tolgono il fiato , ti lasciano sospeso, come se si entrasse direttamente in contatto con le forze più arcaiche dell'universo e della nostra anima, ma poi facendomi un giro e guardando bene , mi sono accorto che in alcune calette è stata portata della sabbia di cava, per mettere ombrelloni e lettini, praticamente in ogni cala ci sono lettini e ombrelloni e chioschi, l'unica ad essere rimasta a misura di natura e quindi umanizzata ed umanizzante, è l'isola dei conigli, e qualche altra spiaggia come Cala Galera, ma che non ha la stessa bellezza, d'altronde l'isola dei conigli è uno dei paesaggi più belli in assoluto al mondo.Se si va sulla strada panoramica c'è un altro paesaggio da perdere la testa, una bellezza inaudita, un paesaggio spirituale a tutti gli effetti, un deserto mistico fatto di pietre e muretti a secco, di piccole pinte e del suono incessante dei grilli, per me è come entrare nella parte mistica del mondo, ma anche qui i segni dell'uomo cominciano a farsi sentire, molte case sono saltate fuori come funghi, e l'impressione che altre ne nasceranno, compromettendo per sempre un patrimonio comune e universale difficile da stimare e quantificare, addirittura qualcuno ha delimitato con dei blocchetti di cemento un aerea enorme di molti metri quadrati. Forse qualcuno ha la percezione di lampedusa come isola illimitata dove si può costruire all'infinito e ovunque.
A questo proposito ringrazio il lavoro che la legambiente Lampedusa da anni fa, andando incontro a minacce ad isolamento e denigrazioni, questo perche ha difeso negli anni il bene comune e non quello di qualche privato, ed è questa la differenza fondamentale, chi ha interesse a sostenere tutti quei beni comuni, come il paesaggio, la natura, la salute, l'istruzione, le spiagge, e vede in queste risorse da valorizzare e mantenere in condizioni ottimali un valore da condividere e non una risorsa da sfruttare per ricavarne un guadagno, chi aggisce nella legalità e vede in questa un faro, una bussola, che evidentemente non è infallibile, ma ha nella sua modificabilità con metodi democratici il suo essere perfettibile, chi lavoro per molti e non per i pochi , in questo momento in Italia viene visto male, viene minacciato e alcune volte isolato. C'è una cosa da capire tanti interessi privati non fanno il bene pubblico, anzi sono la distruzione del bene pubblico, e a maggior rsaggione in una situazione di illegalità diffusa come quella lampedusana.Per certi versi è emblematico quello che sta accadendo in Valle di Susa, dove i cittadini di quella valle si stanno opponendo ad un opera dannosa per tutti, per il Piemonte, per l'Italia, per il mondo, e questi cittadini sono un modello di democrazia , di partecipazione, di consapevolezza della cosa pubblica, di lotta contro l'interesse privato che troppo spesso distrugge, inquina, avvilisce, in nome del "Lavoro" che troppo spesso è sfruttamento, in nome di un "Guadagno" che troppo spesso è furto.
Bisogna sostenere la legalità, il paesaggio, la natura, il benessere, la partecipazione politica di tutti, e cosa fondamentale marcare le differenze, tra chi mette al primo posto il profitto e lo sfruttamento del territorio, la corruzione intellettuale e economica e chi invece vuole portare il posto in cui vive ad una condizione migliore per tutti e non cede all'illusione che tutto si risolva con un conto in banca più grande.

Giacomo Sferlazzo.





I PRESIDIANTI NO TAV DELLA MADDALENA DI CHIOMONTE DIFENDONO LA LEGALITA’


Spieghiamo perché, chiarendo una volta per tutte che non si oppongono solamente ad un’opera inutile ma anche ad una procedura autorizzativa che secondo noi non rispetta le vigenti leggi.
Altri e più complessi discorsi sono quelli sul modello di sviluppo, sull’autodeterminazione delle popolazioni, sull’evidente inutilità dell’opera, sui suoi costi economici insostenibili per il nostro Paese, sui motivi per cui grandi partiti e grossi industriali vorrebbero ristabilire il loro potere a forza di carabinieri e polizia in tenuta antisommossa.
Presto qualcuno potrebbe farsi male alla Maddalena, conosciamo i metodi imposti alle forze dell’ordine, già sperimentati al Seghino, a Venaus, alla stazione di Avigliana in occasione della protesta antinucleare. I presidianti della Maddalena sanno a cosa vanno incontro, e conoscono bene quali sono i motivi che li obbligano a presidiare. Molti cittadini però probabilmente non sanno che costoro presidiano anche la legalità. In questo senso sono persone speciali. Utilizzano la non violenza, la comunicazione, il dialogo, perfino la preghiera, eppure sono descritti come pericolosi antagonisti. A cosa si oppongono specificatamente in quel di La Maddalena?


IL CIPE ha approvato il progetto di una galleria di servizio di 6.30 metri di diametro, con occupazioni temporanee e sistemazione dei luoghi occupati a fine cantiere, ma se iniziassero i lavori si realizzerebbe una galleria di servizio di 9 metri di diametro, con occupazione permanente dei territori: quindi un’opera del tutto difforme da quella autorizzata, che non ha assolutamente le caratteristiche di “cunicolo esplorativo”.
Di conseguenza la procedura VIA sull’opera autorizzata non rispecchia la realtà dell’opera che si vorrebbe iniziare.

Inoltre lo spezzettamento del progetto da Settimo Torinese a Lyon in tre diverse parti, con diverse procedure VIA non cumulative e la suddivisione ulteriore della procedura VIA per la parte internazionale in altre due parti (cunicolo e tunnel di base anche in questo caso non considerate come somma degli impatti), peggiora la possibilità di intuire la situazione reale di impatto ambientale, compromettendo la regolarità di tutta la procedura autorizzativa.
Va anche detto che l’impatto di una galleria geognostica eventualmente sommato a quello del tunnel è ben diverso dall’impatto di un tunnel sommato ad una sua ulteriore galleria di servizio che è l’opera che in realtà realizzare.

Se si fosse voluto agire correttamente si sarebbe dovuto realizzare un’unica procedura di VIA riguardante l’intera linea ad AV/AC da Torino a Lione, o almeno complessiva su tutto il territorio italiano. Non lo hanno voluto fare, forse perché gli impatti cumulativi avrebbero obbligato a rinunciare all’opera. Per lo stesso motivo probabilmente non è mai stata considerata l’opzione zero.

In questo discorso tecnico che la nostra redazione Vi sottopone è esclusa la questione del rapporto Costi/Benefici dell’opera che volutamente non è mai stato affrontato dai proponenti in modo serio e scientifico, meno che mai sul lungo periodo o considerando i reali flussi di traffici. In sostanza, non risulta in alcun modo il beneficio di ordine sociale ed economico proveniente dalla realizzazione del cunicolo, e di conseguenza non è stato possibile per i proponenti dimostrare che il beneficio risulti superiore al valore della perdita eco sistemica provocata dalla sua realizzazione.

Dunque adesso tutti comprenderanno che l’intervento progettato da LTF e sottoposto in data 17 maggio 2010 a VIA non è un cunicolo geognostico, bensì, una vera e propria discenderia a servizio del cantiere del tunnel ed alla sicurezza della linea in progetto.

Ad ulteriore conferma dell’illogicità e carenza istruttoria che affliggono la delibera autorizzativa CIPE, si annota il numero e la portata delle prescrizioni della Regione e del CIPE stesso, che in pratica sono l’ammissione della superficialità degli studi effettuati, il che comporta una mancanza di tutela preventiva dell'interesse pubblico e ambientale, con conseguenze sociali ed economiche incalcolabili.
Non si può poi tacere l’affermazione provata da atti scritti dagli assessorati trasporti ed ambiente della Regione Piemonte secondo cui il “cunicolo esplorativo” ha anche l’utilità di consentire di sperimentare la cosiddetta “Talpa” poiché nelle montagne del massiccio d’Ambin non è mai stata utilizza neppure per le discenderie francesi. Dunque siamo ad una primordiale sperimentazione, alla faccia dei proclami sulla fattibilità dell’opera, sui tempi di cantiere, e sulla valutazione attendibile dei costi economici, tutti caricati sulla collettività, poiché anche il contributo europeo deriva da tasse pagate dai nostri cittadini.

Una delle dimostrazioni più lampanti che la progettazione è sommaria ed incompleta è che nell’asseverazione dei costi del 21 ottobre 2009, sottoscritta dal Presidente e legale rappresentante Raulin Patrice Raymond, si dichiara che il valore delle opere è pari a € 164.342.457,74, mentre nella dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà, sottoscritta dall’Arch. Pietro Romani, in qualità di coordinatore e responsabile scientifico dello SIA, relativo alla Maddalena, si legge che il valore delle opere desumibile dai progetti è pari ad € 165.050.534,54. Si tratta di 700.000 Euro di differenza che chiariscono l’approssimazione dei costi, dei progetti, e dei responsabili legali di quest’opera.

L’affidamento a CMC della realizzazione del cunicolo di Maddalena “in sostituzione di altra opera definita dai progettisti “paritetica”, quale il cunicolo di Venaus definendo i lavori a Maddalena di Chiomonte una “variante tecnica”, rispetto a Venaus risulta in effetti null’altro che un escamotage per eludere l’obbligo di una nuova gara a livello europeo e contemporaneamente, a distanza di 5 anni, evitare il pagamento delle penali dovute alla CMC per la mancata realizzazione del primo cunicolo.
Abbiamo già spiegato che i due cunicoli progettati, quello di Venaus e di Maddalena hanno caratteristiche, ubicazioni, pendenze, impianti, del tutto difformi. Infatti, anche l’importo dei contratti relativi sono diversi: il “cunicolo geognostico” di Venaus costava 84.342.414,21 euro, mentre quello di Maddalena, sempre a preventivo, costerebbe il doppio: 164.342.457,74 euro. Dire che si tratta della stessa opera è tentare di prendere in giro i contribuenti italiani ed in particolare quelli valsusini che conoscono benissimo il territorio ed il valore dei propri risparmi.

Come se non bastasse abbiamo annotato che a fronte di una valutazione positiva del progetto da parte del CIPE, per La Maddalena sono presenti tali e tante prescrizioni, spesso contraddittorie tra di loro, da delegittimare nei fatti tale valutazione dei costi e le autorizzazioni del CIPE stesso. In questo senso sia la Comunità Montana che le associazioni ambientaliste hanno preparato le loro osservazioni ed i vari ricorsi legali. Se non lo avessero fatto sarebbero risultati complici di una potenziale ed enorme truffa ai danni dello Stato!
D’altra parte le stesse prescrizioni imposte dal CIPE paiono fungere, in realtà, quali necessarie integrazioni ad un progetto incompleto al fine di renderlo approvabile in una fase successiva alla presentazione stessa, con prescrizioni peraltro basate in parte su studi mai realizzati e che nel caso lo fossero abbisognerebbero di anni di indagini approfondite. Questa procedura prescrittiva da parte del CIPE rischia peraltro di delegare alla fase esecutiva attività proprie della progettazione definitiva. Insomma il progetto è e resta incompleto e la procedura autorizzativa utilizzata non rispetta la legge italiana e comunitaria.

Il CIPE tra l’altro non ha neppure tenuto conto della modifica normativa introdotta nel 2010 riguardante le norme sulle terre di scavo. Ciò è particolarmente grave dal momento che nello stesso testo delle prescrizioni si legge, senza alcun margine di dubbio, come all’interno della galleria geognostica, siano rinvenibili materiali radioattivi e/o contaminati da uranio, unitamente a smarino con possibile presenza di amianto.

Queste sono alcune sintetiche ragioni per cui riteniamo che i presidianti compiano un’azione di civile protesta, peraltro su terreni privati, con accesso da strade private, autorizzati in questo dai proprietari stessi, mentre gli amministratori pubblici che frequentano ed appoggiano i presidianti svolgono a pieno titolo il loro ruolo, lo stesso stanno facendo i proprietari delle proprietà attraverso le procedure di ricorso legale all’occupazione dei terreni.
Qualcuno, non informato sulla realtà dei fatti o interessato ad aprire il rubinetto dei finanziamenti pubblici di una futura Salerno Reggio Calabria quello che in questa nota chiariamo potrà anche non piacere, ma la realtà non si cambia con gli slogan e le denigrazioni, meno che mai facendo finta di ignorare la verità. La redazione del nostro sito non può far altro perciò, ancora una volta, che ringraziare sentitamente tutti coloro che nel segno della non violenza, della determinazione e del rispetto delle idee altrui pretende che anche le proprie siano rispettate, insieme alle leggi di questa nostra Italia.

Valle di Susa, 23 giugno 2011


La redazione: Ambiente Valsusa

Scrivi a: info@ambientevalsusa.it

domenica 12 giugno 2011

giovedì 12 maggio 2011

L'apertura di un corridoio umanitario è l'unica soluzione

L'apertura di un corridoio umanitario è l'unica soluzione

Come europei, italiani e lampedusani, non possiamo restare a guardare in silenzio le tragedie del mare che si ripetono con drammatica ciclicità. Abbandonare i rifugiati e i profughi africani al loro destino significa lasciare loro come unica via d'uscita quella di rischiare la vita su carrette del mare.
 
Lanciamo un appello urgente per l’immediata evacuazione dei rifugiati provenienti dall’Africa Sub-Sahariana e in particolare dal Corno d’Africa che si trovano intrappolati in Libia e minacciati da tutte le parti in conflitto, così come per quelli che hanno già raggiunto il confine Libico-Tunisino e che non hanno possibilità di ottenere un'effettiva protezione in Tunisia.

L’Europa non dovrebbe continuare ad essere silente perché il silenzio può diventare complicità. Essa dovrebbe invece promuovere uno sforzo congiunto tra i Paesi membri dell’Unione per organizzare l'evacuazione e il trasferimento verso i propri territori, ciò che permetterebbe anche di superare la costante (e provocata) emergenza sull'isola di Lampedusa, strutturalmente non in grado di gestire in modo soddisfacente le necessità di migliaia di profughi.

lunedì 9 maggio 2011

Peppino

9 maggio 1978 Peppino Impastato veniva barbaramente ucciso dalla mafia.

Nasce a Cinisi il 5 gennaio 1948 da Felicia Bartolotta e Luigi Impastato. La famiglia Impastato è bene inserita negli ambienti mafiosi locali: si noti che una sorella di Luigi ha sposato il capomafia Cesare Manzella, considerato uno dei boss che individuarono nei traffici di droga il nuovo terreno di accumulazione di denaro. Frequenta il Liceo Classico di Partinico ed appartiene a quegli anni il suo avvicinamento alla politica, particolarmente al PSIUP, formazione politica nata dopo l'ingresso del PSI nei governi di centro-sinistra. Assieme ad altri giovani fonda un giornale, "L'Idea socialista" che, dopo alcuni numeri, sarà sequestrato: di particolare interesse un servizio di Peppino sulla "Marcia della protesta e della pace" organizzata da Danilo Dolci nel marzo del 1967: il rapporto con Danilo, sia pure episodico, lascia un notevole segno nella formazione politica di Peppino. In una breve nota biografica Peppino scrive:

"Arrivai alla politica nel lontano novembre del '65, su basi puramente emozionali: a partire cioè da una mia esigenza di reagire ad una condizione familiare ormai divenuta insostenibile. Mio padre, capo del piccolo clan e membro di un clan più vasto, con connotati ideologici tipici di una civiltà tardo-contadina e preindustriale, aveva concentrato tutti i suoi sforzi, sin dalla mia nascita, nel tentativo di impormi le sue scelte e il suo codice comportamentale. E' riuscito soltanto a tagliarmi ogni canale di comunicazione affettiva e compromettere definitivamente ogni possibilità di espansione lineare della mia soggettività. Approdai al PSIUP con la rabbia e la disperazione di chi, al tempo stesso, vuole rompere tutto e cerca protezione. Creammo un forte nucleo giovanile, fondammo un giornale e un movimento d'opinione, finimmo in tribunale e su tutti i giornali. Lasciai il PSIUP due anni dopo, quando d'autorità fu sciolta la Federazione Giovanile. Erano i tempi della rivoluzione culturale e del "Che". Il '68 mi prese quasi alla sprovvista. Partecipai disordinatamente alle lotte studentesche e alle prime occupazioni. Poi l'adesione, ancora na volta su un piano più emozionale che politico, alle tesi di uno dei tanti gruppi marxisti-leninisti, la Lega. Le lotte di Punta Raisi e lo straordinario movimento di massa che si è riusciti a costruirvi attorno. E' stato anche un periodo, delle dispute sul partito e sulla concezione e costruzione del partito: un momento di straordinario e affascinante processo di approfondimento teorico. Alla fine di quell'anno l'adesione ad uno dei due tronconi, quello maggioritario, del PCD'I ml.- il bisogno di un minimo di struttura organizzativa alle spalle (bisogno di protezione ), è stato molto forte. Passavo, con continuità ininterrotta da fasi di cupa disperazione a momenti di autentica esaltazione e capacità creativa: la costruzione di un vastissimo movimento d'opinione a livello giovanile, il proliferare delle sedi di partito nella zona, le prime esperienze di lotta di quartiere, stavano lì a dimostrarlo. Ma io mi allontanavo sempre più dalla realtà, diventava sempre più difficile stabilire un rapporto lineare col mondo esterno, mi racchiudevo sempre più in me stesso. Mi caratterizzava sempre più una grande paura di tutto e di tutti e al tempo stesso una voglia quasi incontrollabile di aprirmi e costruire. Da un mese all'altro, da una settimana all'altra, diventava sempre più difficile riconoscermi. Per giorni e giorni non parlavo con nessuno, poi ritornavo a gioire, a riproporre: vivevo in uno stato di incontrollabile schizofrenia. E mi beccai i primi ammonimenti e la prima sospensione dal partito. Fui anche trasferito in un. altro posto a svolgere attività, ma non riuscii a resistere per più di una settimana: mi fu anche proposto di trasferirmi a Palermo, al Cantiere Navale: un pò di vicinanza con la Classe mi avrebbe giovato. Avevano ragione, ma rifiutai.

Mi trascinai in seguito, per qualche mese, in preda all'alcool, sino alla primavera del '72 ( assassinio di Feltrinelli e campagna per le elezioni politiche anticipate ). Aderii, con l'entusiasmo che mi ha sempre caratterizzato, alla proposta del gruppo del "Manifesto": sentivo il bisogno di garanzie istituzionali: mi beccai soltanto la cocente delusione della sconfitta elettorale. Furono mesi di delusione e disimpegno: mi trovavo, di fatto, fuori dalla politica. Autunno '72. Inizia la sua attività il Circolo Ottobre a Palermo, vi aderisco e do il mio contributo.Mi avvicino a "Lotta Continua" e al suo processo di revisione critica delle precedenti posizioni spontaneistiche, particolarmente in rapporto ai consigli: una problematico che mi aveva particolarmente affascinato nelle tesi del "Manifesto" Conosco Mauro Rostagno : è un episodio centrale nella mia vita degli ultimi anni. Aderisco a "Lotta Continua" nell'estate del '73, partecipo a quasi tutte le riunioni di scuola-quadri dell'organizzazione, stringo sempre più o rapporti con Rostagno: rappresenta per me un compagno che mi dà garanzie e sicurezza: comincio ad aprirmi alle sue posizioni libertarie, mi avvicino alla problematica renudista. Si riparte con l'iniziativa politica a Cinisi, si apre una sede e si dà luogo a quella meravigliosa, anche se molto parziale, esperienza di organizzazione degli edili. L'inverno è freddo, la mia disperazione è tiepida. Parto militare: è quel periodo, peraltro molto breve, il termometro del mio stato emozionale: vivo 110 giorni di continuo stato di angoscia e in preda alla più incredibile mania di persecuzione"

Nel 1975 organizza il Circolo "Musica e Cultura", un'associazione che promuove attività culturali e musicali e che diventa il principale punto di riferimento por i giovani di Cinisi. All'interno del Circolo trovano particolare spazio ìl "Collettivo Femminista" e il "Collettivo Antinucleare" Il tentativo di superare la crisi complessiva dei gruppi che si ispiravano alle idee della sinistra "rivoluzionaria" , verificatasi intorno al 1977 porta Giuseppe Impastato e il suo gruppo alla realizzazione di Radio Aut, un'emittente autofinanziata che indirizza i suoi sforzi e la sua scelta nel campo della controinformazione e soprattutto in quello della satira nei confronti della mafia e degli esponenti della politica locale. Nel 1978 partecipa con una lista che ha il simbolo di Democrazia Proletaria, alle elezioni comunali a Cinisi. Viene assassinato il 9 maggio 1978, qualche giorno prima delle elezioni e qualche giorno dopo l'esposizione di una documentata mostra fotografica sulla devastazione del territorio operata da speculatori e gruppi mafiosi: il suo corpo è dilaniato da una carica di tritolo posta sui binari della linea ferrata Palermo-Trapani. Le indagini sono, in un primo tempo orientate sull'ipotesi di un attentato terroristico consumato dallo stesso Impastato, o, in subordine, di un suicidio "eclatante".
Nel gennaio 1988 il Tribunale di Palermo invia una comunicazione giudiziaria a Badalamenti. Nel maggio del 1992 il Tribunale di Palermo decide l’archiviazione del “caso Impastato”, ribadendo la matrice mafiosa del delitto ma escludendo la possibilità di individuare i colpevoli e ipotizzando la possibile responsabilità dei mafiosi di Cinisi alleati dei “corleonesi”. Nel maggio del 1994 il Centro Impastato presenta un’istanza per la riapertura dell’inchiesta, accompagnata da una petizione popolare, chiedendo che venga interrogato sul delitto Impastato il nuovo collaboratore della giustizia Salvatore Palazzolo, affiliato alla mafia di Cinisi. Nel marzo del 1996 la madre, il fratello e il Centro Impastato presentano un esposto in cui chiedono di indagare su episodi non chiariti, riguardanti in particolare il comportamento dei carabinieri subito dopo il delitto. Nel giugno del 1996, in seguito alle dichiarazioni di Salvatore Palazzolo, che indica in Badalamenti il mandante dell’omicidio assieme al suo vice Vito Palazzolo, l’inchiesta viene formalmente riaperta. Nel novembre del 1997 viene emesso un ordine di cattura per Badalamenti, incriminato come mandante del delitto. Il 10 marzo 1999 si svolge l’udienza preliminare del processo contro Vito Palazzolo, mentre la posizione di Badalamenti viene stralciata. I familiari, il Centro Impastato, Rifondazione comunista, il Comune di Cinisi e l’Ordine dei giornalisti chiedono di costituirsi parte civile e la loro richiesta viene accolta. Il 23 novembre 1999 Gaetano Badalamenti rinuncia alla udienza preliminare e chiede il giudizio immediato. Nell’udienza del 26 gennaio 2000 la difesa di Vito Palazzolo chiede che si proceda con il rito abbreviato, mentre il processo contro Gaetano Badalamenti si svolgerà con il rito normale e in video-conferenza. Il 4 maggio, nel procedimento contro Palazzolo, e il 21 settembre, nel processo contro Badalamenti, vengono respinte le richieste di costituzione di parte civile del Centro Impastato, di Rifondazione comunista e dell’Ordine dei giornalisti.
Nel 1998 presso la Commissione parlamentare antimafia si è costituito un Comitato sul caso Impastato e il 6 Dicembre 2000 è stata approvata una relazione sulle responsabilità di rappresentanti delle istituzioni nel depistaggio delle indagini.
Il 5 marzo 2001 la Corte d'assise ha riconosciuto Vito Palazzolo colpevole e lo ha condannato a 30 anni di reclusione. L'11 aprile 2002 Gaetano Badalamenti è stato condannato all'ergastolo. Badalamenti e Palazzolo sono successivamente deceduti.
Il 7 dicembre 2004 è morta Felicia Bartolotta, madre di Peppino.

domenica 8 maggio 2011

Lampedusa 08/05/2011


Lampedusa 08/05/2011
foto:KDV


Attorno l'una e mezza di ieri notte ci siamo recati al porto vecchio perchè ci era stata data segnalazione di un nuovo sbarco, appena arrivati , un barcone con circa settecento persone a bordo attraccava in banchina stracolmo e abbattuto da un lato. Questa volta la polizia ci fa entrare senza problemi, portiamo con noi coperte, vestiti e te caldo, in banchina ci sono anche:tutte le associazioni umanitarie, le forze dell'ordine, "Lampedusa accoglienza" e Don Stefano con altri della parrocchia. Il barcone aveva delle difficoltà ad attraccare, oltre ai migranti a bordo erano presenti alcuni operatori dell'ordine di Malta che afferravano le cime tirategli dalla banchina per poter approdare. Incominciano a scendere i primi sub-sahariani camminando tra il cordone formato dalla guardia di finanza verso la stazione marittima,molte donne e bambini, ci sono anche persone del Bangladesh e Pakistan, corriamo per distribuire te caldo, calzette e coperte. Tutto questo facendo avanti e indietro dal furgone posteggiato fuori dal porto, non avendo la possibilità di entrare con il mezzo per ordine della polizia.
Dopo avere fatto cinque volte dall'associazione al porto con il furgone per caricare tutto quello che necessitava, all'ultimo ritorno al porto notiamo che non c'è più polizia, ed entriamo direttamente col furgone. Mentre continuiamo con le operazioni di primo soccorso, un operatore di una NGO, avverte Annalisa, che in quel momento stava accudendo un bambino, che un secondo barcone si è arenato tra gli scogli, proprio vicino alla scultura di Paladino “Porta d'Europa” , circa cinquecento persone finiscono in mare, molti bambini, molte donne. Tutti si mobilitano per i salvataggi compresi i pescatori lampedusani, alla fine si salvano tutti. Alle sette di mattina presso la stazione marittima dove erano stati portati alcuni dei migranti salvati, un gruppo di sub-sahariani comincia a pregare in modo liberatorio , Annalisa e Gianluca sono tra di loro, sono le sette di mattina e tutto sembra come in un sogno, ora è un giorno nuovo e questi uomini ringraziano Dio per non essere morti, pregano Gesù Cristo, in un modo a noi sconosciuto, con una forza incredibile , abbiamo visto esseri umani appesi alla vita con un filo sottilissimo e Lampedusa nuovamente è stato un porto di salvezza.
Venite a Lampedusa la vostra magica Italia.

sabato 7 maggio 2011

Sedici duemilatre


L’aria di mare riannodava in una tiepida matassa il calore ruvido dei sassi nel viale.

Doveva essere estate, pensò, anche se il sole non era certamente come quello di casa, ammise quasi sorridendo.

Laggiù, quando la luce cedeva il passo al buio, per un istante il giorno e la notte parevano contendersi la vita ed ogni cosa aveva una luce così densa da coprire d’oro i tetti di lamiera lungo la via di polvere rossa che portava al villaggio.

Lo aveva sempre saputo che sarebbe stato proprio lui a partire, esattamente come sua madre sapeva, in qualche angolo scuro dei pensieri, che sarebbe stato proprio lui a non ritornare mai più.

Si sorprese ancora una volta. Di sera, il fragore delle onde si faceva rabbioso come un cane alla catena ma lui ormai aveva lasciato per sempre la paura giù al porto, in una scarpa di tela blu sul fondo del barcone.

Nonostante gli sforzi, non riusciva a ricordare se, almeno per un momento, fosse riuscito a vederla.

Forse si era solamente aggrappato all’orizzonte dei suoi occhi, ultima frontiera tra il mare e tutto quell’orrore.

A pensarci bene, no, non l’aveva mai vista, l’Italia. Ora, però, un lembo di quella terra lo abbracciava per sempre mentre si faceva leggero, senza più rabbia e paura, sotto una croce di legno sottile.

Luisa Rescaldina