appello

Appello a tutti...

Quest'anno il Lampedusa in Festival è arrivato alla sua terza edizione. Con molto entusiasmo stiamo portando avanti questa iniziativa che riteniamo sia importante per Lampedusa, i lampedusani e tutti coloro che amano l'isola. Purtroppo, anche quest'anno, dobbiamo fare i conti con le nostre tante idee e i nostri pochi fondi per realizzarle.

Chiediamo a tutti coloro che credono nel Lampedusa in Festival e nel lavoro che Askavusa sta facendo -rispetto all'immigrazione e al territorio di Lampedusa- di dare un contributo, anche minimo, per permettere al Festival di svolgere quella funzione di confronto e arricchimento culturale che ha avuto nelle passate edizioni.

Per donazioni:
Ass. Culturale Askavusa
Banca Sant'Angelo
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martedì 31 marzo 2009

Dal "Corriere della sera" di oggi, 31 marzo 2009

BASTA LAMPEDUSA, CLANDESTINI DIROTTATI A PORTO EMPEDOCLE

Il ministro Maroni: «Dal 15 maggio sarà operativo l'accordo siglato con i libici e gli sbarchi finiranno»
ROMA — Evitare Lampedusa. Il mare in burrasca non ferma l'arrivo di centinaia di immigrati e il ministero dell'Interno mette in atto il nuovo dispositivo che prevede di «dirottare» a Porto Empedocle i mezzi soccorsi al largo. Chi riesce ad aggirare i controlli e approdare sull'isola siciliana deve essere invece trasferito nella struttura di Isola Capo Rizzuto, trasformata un mese fa in centro di identificazione ed espulsione. Le decisioni, prese in sede riservata durante il comitato per l'ordine e la sicurezza del 12 marzo scorso, sono operative. Alla riunione di una settimana fa presieduta dal ministro dell'Interno Roberto Maroni aveva partecipato anche il comandante generale delle Capitanerie di porto Raimondo Pollastrini. A lui il titolare del Viminale aveva affidato il compito di comunicare le ultime direttive alle motovedette impegnate nel pattugliamento del canale nel tratto che separa l'Italia dalle coste africane.
Ieri Maroni ha ribadito la «certezza che dal 15 maggio, quando sarà operativo l'accordo siglato con i libici, gli sbarchi finiranno». Ma si tratta più che altro di una speranza, non c'è alcuna certezza che le autorità di Tripoli consentano davvero ai poliziotti italiani di partecipare ai controlli di fronte alle loro coste. E dunque si sceglie di percorrere strade alternative, visto che Lampedusa è ormai al collasso. Il flusso di arrivi da record che ha segnato il 2008 non sembra arrestarsi anche nei primi mesi del 2009, così come i naufragi. La decisione di Maroni di trasformare il centro di accoglienza in Cie era stata presa per disporre il rimpatrio direttamente dall'isola siciliana, senza il trasferimento in altre strutture dove gli stranieri devono essere identificati per verificare se abbiano diritto all'asilo. Nelle intenzioni del ministro doveva servire anche da deterrente per chi pensava di fare tappa a Lampedusa, essere portato altrove e poi far perdere le proprie tracce al termine del periodo di permanenza obbligatorio. E invece dalle coste libiche continuano a partire barconi, ma la rivolta dei clandestini scoppiata sull'isola un mese fa e culminata con l'incendio della base ha dimezzato i posti disponibili.
Si cambia, dunque, e si portano gli extracomunitari in Sicilia. Oppure in Calabria. Il decreto firmato il 23 febbraio da Maroni dispone che «parte dell'area demaniale sita nell'ex distaccamento dell'Aeronautica Militare "Sant'Anna" di Isola Capo Rizzuto, in provincia di Crotone, finora usata come centro di prima accoglienza e per chi richiede asilo, sia individuata come centro di identificazione ed espulsione». Nel provvedimento si sottolinea che la modifica si è resa necessaria «perché i Cie funzionanti non sono al momento sufficienti a soddisfare le esigenze e dunque occorre attivare ulteriori strutture». Lo stesso Maroni aveva annunciato più volte la creazione di nuovi Cie nelle regioni dove non ci sono strutture, ma il piano si è fermato per le resistenze degli enti locali e perché gli edifici messi a disposizione dal Demanio sono per lo più fatiscenti e dunque devono essere completamente ristrutturati. I tempi non potranno essere brevi, visto che lo stanziamento dei fondi necessari a compiere i lavori è stato inserito nel ddl sulla sicurezza che non sarà approvato in via definitiva prima di fine maggio.
Fiorenza Sarzanini
31 marzo 2009

lunedì 30 marzo 2009

Le notizie che ci farebbero anche ridere se non si stesse scherzando con la pelle nostra e di migliaia di esseri umani disperati!

«Per quanto riguarda la prevenzione degli sbarchi abbiamo fatto tutto quello che era possibile fare a cominciare dall'accordo m con la Libia che diventerà operativo, di fatto, dal prossimo 15 maggio». Così il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, commenta le ultime notizie riguardanti nuovi sbarchi di immigrati sulle coste italiane. «Abbiamo l'impegno da parte del governo Libico -ha ricordato Maroni- di far partire il pattugliamento delle coste libiche con sei motovedette il 15 di maggio e da quella data mi aspetto anche la chiusura dell'ingresso dal canale libico». A margine di un convegno proprio sull'immigrazione all'Università Cattolica di Milano, Maroni ha spiegato di continuare «a sollecitare le autorità libiche perchè aumentino i controlli ma ci sarà da aspettarsi, probabilmente, una continuazione di questi sbarchi fino al 15 maggio. Poi però l'accordo sarà attuato e il problema sarà risolto». Maroni ha poi voluto sottolineare «un episodio che nessuno a riportato: nei giorni scorsi è stato intercettato nelle acque libiche un altro barcone e le autorità libiche sono andate a prenderlo e se lo sono riportato in Libia. È la prima volta che succede negli ultimi dieci anni ed è il segnale che, se anche lentamente, qualcosa sta cambiando. Noi -ha concluso- ci aspettiamo la svolta da quanto partirà il pattugliamento».

sabato 28 marzo 2009

Le notizie che ci piacciono!

IMMIGRAZIONE: LAMPEDUSA; PETIZIONE COMITATO NO CIE (ANSA)

LAMPEDUSA (AGRIGENTO), 28 MAR - Ad oltre due mesi dall'istituzione del Centro di identificazione ed espulsione di Lampedusa, il comitato No Cie ha promosso una petizione popolare con una raccolta di firme partita oggi nell'isola. «L'iniziativa - spiegano in una nota i promotori - non è stata condivisa dall'amministrazione comunale, che ha tentato di bloccarla negando l'autorizzazione a installare un banchetto in piazza Libertà e adducendo motivazioni di ordine politico, definendo la manifestazione tardiva, se non deleteria, poichè sarebbe stato superato il momento della contrapposizione». «Nell'opporsi al Cie - conclude la nota -, i lampedusani chiedono che venga ripristinato il sistema di soccorso e accoglienza già sperimentato con l'apertura nel 2006 del nuovo Cspa di contrada Imbriacole, che si era addirittura affermato come modello per l'Europa intera».
(ANSA). TE 28-MAR-09 17:17 NNN FINE DISPACCIO

venerdì 27 marzo 2009

Nota stampa del Movimento NO C.I.E. Lampedusa

Per la difesa della dignità e del futuro delle Pelagie e dei suoi abitanti
Per la difesa dei diritti umani dei migranti

Con una petizione popolare, riparte la mobilitazione “NO C.I.E.” a Lampedusa.

Ad oltre due mesi dall’istituzione del Centro di Identificazione ed Espulsione di Lampedusa, non cessa la protesta della cittadinanza contro il provvedimento del Ministro Maroni.
Con una petizione popolare che partirà domani, sabato 28 marzo, nella Piazza Libertà, si darà il via ad una nuova mobilitazione nell’isola che non si arrende e che chiede di essere ascoltata.
Tale iniziativa non è stata condivisa dall’amministrazione comunale, che si è spinta al punto di tentare di bloccarla negando l’autorizzazione ad installare il banchetto nella pubblica piazza. E ciò adducendo esclusivamente motivazioni di ordine politico, definendola “tardiva se non addirittura deleteria poiché è stato abbondantemente superato il momento della contrapposizione per lasciar spazio ad un momento, certamente più costruttivo, di concertazione ”. Essendo tali motivazioni giuridicamente irrilevanti e pertanto non idonee ad impedire l’iniziativa (come comunicato al Sindaco mediante trasmissione di apposito parere legale), domani partirà la raccolta delle sottoscrizioni.
Il primo obiettivo è quello di dimostrare che la stragrande maggioranza degli abitanti delle Pelagie non accetta e non accetterà mai che le loro isole possano trasformarsi nella Guantanamo d’Europa.
Nell’opporsi al C.I.E., i lampedusani chiedono che venga ripristinato il sistema di soccorso e accoglienza già sperimentato con l’apertura nel 2006 del nuovo C.S.P.A. di C.da Imbriacole, che si era addirittura affermato come modello per l’Europa intera.
Proprio all’inizio della stagione estiva, si vuole riaffermare l’immagine delle Pelagie come isole turistiche, come luoghi di straordinaria bellezza da visitare e abitate da persone civili e accoglienti, che credono nei valori fondanti della democrazia e nella solidarietà e che quindi si rifiutano di ospitare prigioni per gli immigrati.
La decisione di istituire e realizzare a Lampedusa un Centro di Identificazione ed Espulsione, all’interno del quale trattenere tutti i migranti che provengono dal Nord Africa è giudicata dai lampedusani inutile, irragionevole, e doppiamente ingiusta.
INUTILE. Perchè è a tutti evidente che la lotta all’immigrazione irregolare fatta a Lampedusa riguarderebbe soltanto una percentuale irrisoria del fenomeno: solo 9.000 persone su oltre 33.000 migranti giunti a Lampedusa nel 2008, a fronte di oltre 330.000 immigrati irregolari che affluiscono ogni anno in Italia.
IRRAGIONEVOLE . Perché i rimpatri non potranno mai essere effettuati legalmente da Lampedusa, priva di uno scalo internazionale; ed anche perché, per essere un’isola così lontana, così dipendente dalla terraferma per ogni tipo di approvvigionamento (idrico, energetico, ecc.), e persino sprovvista di adeguate strutture socio-sanitarie, Lampedusa è il luogo meno adatto d’Italia per collocarvi qualunque tipo di struttura detentiva. .
DOPPIAMENTE INGIUSTA . Nei confronti degli isolani, che come risposta alla legittima richiesta di affermazione dei propri diritti (mobilità, salute, istruzione, lavoro), hanno ricevuto l’immediata costruzione di un carcere in una delle zone più belle dell’isola, realizzato al di fuori di ogni regola in materia urbanistica ed ambientale. Nei confronti dei migranti, che vengono ammassati in condizioni di precarietà e di estremo disagio e privati della possibilità di accedere a qualsiasi tipo di tutela giuridica.

Lampedusa, 27 marzo 2008

martedì 24 marzo 2009

Anche oggi una notizia "segreta"!

IMMIGRAZIONE: RIVOLTA IN CENTRO DETENZIONE MALTA, 2 FERITI (ANSAmed) - LA VALLETTA

(MALTA) 23 MAR - Due soldati sono stati feriti a Malta durante una rivolta nel centro di detenzione di Safi: circa 600 migranti sono riusciti a forzare il cancello della struttura, ma sono stati bloccati dalle forze dell'ordine in assetto anti-sommossa. La calma è stata ripristinata dopo due ore di scontri. Secondo un portavoce del Ministero per gli interni, la rivolta sarebbe collegata al mancato accoglimento della richieste di asilo avanzate dagli immigrati. Gli extracomunitari protestano anche contro la politica di detenzione forzata da parte di Malta.
(ANSAmed). Y9Y-MIU 23-MAR-09 11:19 NNN

giovedì 19 marzo 2009

Le notizie di oggi che nessuno ci dà (Agenzie ANSA)

IMMIGRAZIONE: ALEMANNO, SCUSA A TARQUINIA PER ANNUNCIO CIE (ANSA) - TARQUINIA (VITERBO), 19 MAR -
Il sindaco di Roma Gianni Alemanno si scusa con la comunità di Tarquinia (Viterbo) e con il sindaco Mauro Mazzola per aver annunciato nel corso della trasmissione televisiva 'Porta a Portà del 9 marzo l' apertura di un Centro di identificazione ed espulsione per immigrati clandestini nell'ex polveriera della cittadina viterbese. In una lettera inviata al sindaco di Tarquinia, Alemanno ha scritto che non era sua intenzione «provocare alcun contrasto nè alcuna polemica con la popolazione di Tarquinia e con il primo cittadino». L'annuncio di Alemanno, il giorno successivo, fu smentito dal ministro dell'Interno Roberto Maroni con una telefonata a Mazzola. Le affermazioni del sindaco di Roma, tra l'altro, sono state oggetto di una mozione approvata dal consiglio regionale del Lazio che definisce «inopportuna e sbagliata» la collocazione di un Cie o di un campo rom nell'ex struttura militare di Tarquinia. «Prendo atto delle parole di Alemanno - ha detto Mazzola - e auspico che in futuro non si ripetano episodi che alimentino tensioni inutili e dannose e creano forti preoccupazioni sociali, specialmente in una piccola comunità, qual è Tarquinia».
(ANSA). YJ6-CH 20-MAR-09 20:12 NNN FINE DISPACCIO
IMMIGRAZIONE: SPAGNA, ONU INDAGA SU MORTE SENEGALESE (ANSAmed) - MADRID, 20 MAR -
Il Comitato contro la turtura dell'Onu ha chiesto alla Spagna di chiarire le circostanze della morte del senegalese Lading Sonko, annegato nel settembre del 2007 dopo essere stato intercettato dagli agenti della guardia civile mentre tentava di raggiungere a nuoto con un salvagente le coste di Ceuta, enclave spagnola in Marocco, informa oggi l'edizione on line de El Mundo. Testimoni oculari assicurano infatti che, dopo aver intercettato in mare l'immigrato, gli agenti lo portarono in una motovedetta verso le acque marocchine e, dopo aver sgonfiato il salvagente con un coltello, lo avrebbero lanciato in mare in piena notte in un punto in cui l'immigrato non toccava e nonostante questi li avesse avvertiti che non sapeva nuotare. Un'inchiesta aperta sul caso da parte di un tribunale di Ceuta fu archiviata perchè, essendo Lading Sonko morto in acque marocchine, la competenza non rientrava nella giurisdizione spagnola. Un'altra archiviazione fu decisa dall'Audiencia Provinciale di Cadice. Ma ora il Comitato dell'Onu, che vigila sull'applicazione della Convenzione contro torture ed altri trattamenti crudeli, inumani e degradanti, ha deciso di riaprire il caso su richiesta della sorella dell'immigrato annegato, Fatou Sonko. (ANSAmed).
YK8-FPI 20-MAR-09 13:00 NNN FINE DISPACCIO

IMMIGRAZIONE: TUNISIA, 17 MORTI E 50 DISPERSI IN NAUFRAGIO (ANSAmed) - TUNISI, 20 MAR -
Un battello pneumatico diretto in Italia con a bordo un centinaio di persone è naufragato ieri pomeriggio al largo di Sfax, in Tunisia provocando 17 morti per annegamento e 50 dispersi mentre 33 persone sono state tratte in salvo dalle unità della Marina tunisina. Lo scrive oggi il quotidiano tunisino in lingua araba Achourouk'. Secondo le prime informazione l'imbarcazione sarebbe partita domenica pomeriggio dalle coste libiche ed è entrata poi nelle acque territoriali tunisine presumibilmente diretta verso l'Italia. In prossimità delle isole Kerkennah, la barca, che trasportava il doppio delle sue capacità, è affondata. La Marina tunisina allertata dalla telefonata di uno degli occupanti e da alcuni pescatori è riuscita a soccorrere 33 persone e a recuperare 17 corpi. Circa cinquanta di persone, tra le quali donne e bambini, è dispersa. Sembra che l'organizzatore del viaggio sia un libico che avrebbe chiesto a ciascuno degli occupanti 1200 dollari.
(ANSAmed) VD 20-MAR-09 14:30 NNN FINE DISPACCIO

Morire di C.I.E. Quando la detenzione amministrativa uccide

Era successo già tante volte, da quando erano stati istituiti i centri di permanenza temporanea ( CPT) , nel 1998. Quello stesso anno Amin Saber moriva in Sicilia, nel CPT di Pian del lago a Caltanissetta, in circostanze che non sono mai state chiarite, anche se a quell’epoca si parlò di un proiettile che, nel corso di un tentativo di fuga, lo avrebbe raggiunto alle spalle. Poi, alla fine del 1999, la strage del centro di detenzione Serraino Vulpitta di Trapani, sei immigrati arsi vivi per la carenza di estintori e per i ritardi nell’apertura della cella nella quale erano rinchiusi con normali catenacci da saracinesca. I responsabili della struttura furono assolti dopo un lungo processo penale, ma per quel rogo lo stato italiano sta risarcendo oggi le vittime che riuscirono a salvarsi. Da allora, anno dopo anno, una lunga serie di morti sospette, sempre archiviate con la ritrattazione dei pochi testimoni, mentre i mezzi di informazione si limitavano ad elencare le denunce e i decreti di espulsione che riguardavano le vittime. Un modo per tranquillizzare l’opinione pubblica, in fondo ad un clandestino, ad un pregiudicato, magari anche ad un tossicodipendente, che cosa può succedere se non finire i suoi giorni dentro un centro di detenzione amministrativa?Ancora lo scorso anno, da Torino a Caltanissetta, altri decessi senza colpevoli, sempre il solito copione. Le prime testimonianze che riferiscono di percosse da parte della polizia, o di ritardi nella somministrazione delle cure mediche, poi la ritrattazione dei testimoni oculari e quindi la “dispersione” di quanti potrebbero deporre durante un processo, con la esecuzione immediata di trasferimenti e di provvedimenti di espulsione. Le cronache che riferiscono per qualche giorno della “morte di un clandestino”, i responsabili delle strutture che affermano di essere intervenuti tempestivamente, i vertici della polizia che escludono qualsiasi maltrattamento degli “ospiti”, come li chiamano loro, dei centri di detenzione. Un copione che potrebbe ripetersi ancora, oggi a Ponte Galeria, dove è morto per arresto cardiaco un immigrato algerino in attesa di espulsione, Salah Souidani, di 42 anni, domani chissà dove.Durante la visita all’interno del Centro Polifunzionale di Caltanissetta, ad esempio,diversi migranti, avevano fornito, alla presenza di parlamentari, una versione dei fatti, relativi alla morte di un giovane ghanese deceduto il 30 giugno 2008, che appariva assai diversa da quella fornita dalle autorità, in particolare per quanto concerne gli orari e le modalità di intervento dei medici. L’inchiesta avviata dalla magistratura non ha ancora stabilito le cause del decesso, se i soccorsi siano stati tempestivi, mentre la stampa locale ha continuato ad attribuire maggiore rilievo alla “cattura” di ambulanti privi di permesso di soggiorno o alla diffusione della tbc o della scabbia nei centri di accoglienza. Come al solito nessuno spazio sulle cronache nazionali.Quando si verifica la morte di un immigrato dentro un centro di detenzione amministrativa, non si può continuare a ripetere sempre che si è trattato solo di “fatalità”, chiudendo in tutta fretta il caso. Chiediamo alla magistratura, oggi a Roma come ancora a Caltanissetta, dopo la autopsia dei cadaveri delle vittime, un accertamento tempestivo dei fatti e delle eventuali responsabilità . Nell’interesse dei migranti, che sono e saranno ancora trattenuti nei centri di detenzione italiani, e degli stessi operatori delle strutture, che resterebbero altrimenti macchiati a vita dall’ombra del sospetto. Chiediamo soprattutto che vengano forniti alla magistratura i filmati registrati dai sistemi di sorveglianza, e che i diversi centri di trattenimento o di accoglienza non siano più, in futuro, affollati da un numero di persone superiore alla loro capienza, o impermeabili alla stampa ed alle associazioni umanitarie indipendenti.Quanto succede nei CIE italiani, la tragedia maturata all’interno del centro di identificazione e d espulsione di Ponte Galeria, non sono frutto di fatalità o di eventi straordinari, ma derivano dalle modalità di gestione militare dei centri di detenzione, ancora più “avvelenata” dopo l’inasprimento che si è voluto da parte del governo con il prolungamento dei termini di trattenimento fino a sei mesi. Quando qualcuno si sente male viene spesso ignorato perché si pensa che sia solo un tentativo di fuga, e le proteste vengono duramente represse, con l’uso della forza nei confronti degli immigrati. Il centro di Ponte Galeria a Roma rimane poi la struttura più inaccessibile ed anche quella dalla quale si effettuano i rimpatri verso i paesi di provenienza, come probabilmente si stava verificando anche nel caso di Salah Souidani, un luogo nel quale la disperazione può raggiungere il massimo.La notizia di una frettolosa apertura di altri ( sette o dieci non si sa) centri di detenzione amministrativa in diverse regioni italiane, la utilizzazione come centri “chiusi” dei centri di emergenza istituiti in base alla Legge Puglia del 1995, e la commistione tra immigrati appena sbarcati ( ai quali si potrebbe applicare il nuovo reato di immigrazione clandestina), ed immigrati da espellere dopo essere stati arrestati ed espulsi, perché privi di un permesso di soggiorno, non possono che alimentare le preoccupazioni più gravi per il futuro. Ed è noto quanto la detenzione amministrativa, prolungata adesso a sei mesi, risulti poco efficace al fine di un riconoscimento delle persone e di un effettivo rimpatrio. Ma quello che preoccupa maggiormente è il livello di abbandono nella quale versano gli immigrati che transitano in queste strutture, un abbandono che può anche uccidere. La carenza di assistenza medica e legale nei centri di trattenimento italiani, comunque denominati, risale a molti anni fa ed è stata altresì rilevata dalla Commissione Libertà civili e giustizia del Parlamento Europeo nel dicembre del 2007. Eppure malgrado queste denunce e le critiche contenute nella relazione della Commissione De Mistura, nella passata legislatura, la situazione dei CIE è sempre più militarizzata, poco importa se la sorveglianza è affidata alla polizia di stato o alla Croce Rossa militare, di centri di detenzione si continua a morire.Un recente rapporto dell’Organizzazione internazionale del lavoro ha descritto il razzismo istituzionale praticato in Italia ai danni degli immigrati. Il sistema dei centri di detenzione amministrativa, soprattutto dopo il prolungamento del trattenimento fino a sei mesi, rappresenta il perno delle politiche di esclusione e di criminalizzazione che con violenza crescente si rivolgono nei confronti degli immigrati. Piuttosto che reagire con sdegno alle accuse ben documentate del rapporto delle Nazioni Unite, sarebbe bene che i rappresentanti del governo si preoccupino di verificare il rispetto delle norme e dei diritti fondamentali dei migranti rinchiusi nei CIE italiani.Le esperienze precedenti, i ricorrenti insabbiamenti non ci permettono di nutrire fiducia nelle indagini amministrative già disposte dal ministero dell’interno “per fare chiarezza” su quanto realmente accaduto nel centro di detenzione di Ponte Galeria. La copertura data dal governo, ancora oggi, agli autori della “macelleria” di Bolzaneto e della Diaz lascia prevedere , ammesso che si riesca ad individuare dei responsabili, un simile atteggiamento anche nei confronti di coloro che si rendono responsabili di violenze ed abusi ai danni degli immigrati rinchiusi nei CIE o in strutture similari. Chiediamo una ispezione urgente del Comitato di prevenzione della tortura (CPT) del Consiglio d’Europa, nei centri di detenzione amministrativa italiana, comunque denominati, per accertare le condizioni di legalità, il rispetto del diritto alla salute e delle norme di sicurezza. Chiediamo alla Commissione Europea un rigoroso monitoraggio delle modalità di attuazione in Italia della Direttiva 2008/115/CE in materia di rimpatri e di detenzione amministrativa.
Fulvio Vassallo Paleologo
Università di Palermo